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Mario Giro su Huffington: nel futuro anche diplomazia laptop

ROMA – Adattare la rete diplomatica al mondo che cambia: dotarsi di strumenti leggeri e temporanei. Non è necessario stabilire ambasciate “pesanti” ovunque: una presenza diplomatica o consolare può essere meno impegnativa ma altrettanto utile. Nel consolare già esistono varie formule: dal consolato generale all’agenzia o allo “sportello”. Nel settore più propriamente diplomatico occorre un medesimo orientamento. Questa scelta sarebbe anche molto utile per la carriera: giovani diplomatici nei primi anni potrebbero essere inviati, in funzione di incaricati o inviati, a farsi le ossa senza strutture impegnative, per poi rientrare nei ranghi. Non è detto che ogni ambasciata debba fare tutto: in alcuni casi la sola presenza è politicamente sensibile. Diplomatici “laptop” di questo tipo potrebbero essere temporanei, dipenderebbero amministrativamente da ambasciatori di zona ma senza esserne emanazione in senso diplomatico.

Questa e’ un delle riflessioni di Mario Giro, sottosegretario agli esteri, oggi su Huffington Post Italia. Ecco il suo intervento:

La necessaria riforma della Pubblica Amministrazione è certamente un’opportunità unica per riflettere in maniera approfondita anche sul Ministero degli Esteri e sulla carriera diplomatica, oggi al centro di un dibattito limitato solo a stipendi e indennità. C’è da chiedersi perché la nostra diplomazia non goda di buona fama nell’opinione pubblica e, da un po’ di tempo, nemmeno in Parlamento.C’è un problema complessivo di reputazione: la maggioranza sa sempre meno “a cosa servono i diplomatici”.

Senza fermarsi a recriminare, occorre dunque tentare un’analisi che sia un’occasione di rinnovamento. Il problema infatti non riguarda solo l’Italia: i tempi cambiano, l’interazione globale si allarga e da nessuna parte la diplomazia – intesa come dialogo, negoziato e rappresentanza – è monopolio dei soli servizi diplomatici. Qual é dunque oggi la vocazione della nostra diplomazia nel mondo della globalizzazione e della comunicazione? Ormai premier e ministri parlano tra loro direttamente. Nuovi soggetti si affacciano sullo scenario internazionale a svolgere ruoli un tempo terreno esclusivo della diplomazia, ottenendo ottimi risultati. Numerosi “inviati speciali” sono nominati dagli Stati e dalle più varie istituzioni. La stessa politica estera di un paese come l’Italia, non é univoca ma molteplice; non più appannaggio della sola diplomazia ma gestita politicamente da più soggetti, si pensi solo alla cooperazione internazionale, alla ricerca della pace o al peacekeeping militare.

La tradizionale funzione diplomatica di connessione e relazioni è in parte venuta meno. Anche l’arte nel trattare le questioni internazionali è spesso devoluta direttamente ai politici (quando si tratta di crisi) o a tecnici dato il complicarsi delle materie di negoziato (commerciali, ambientali, finanziarie ecc.). La politica estera è decisa direttamente dai vertici di governo. Quale dunque la funzione degli Esteri? Il diplomatico non può essere un tuttologo né limitarsi a inviare informazioni, peraltro oggi largamente reperibili. Certo esistono insostituibili funzioni di rappresentanza presso paesi e organizzazioni con cui abbiamo relazioni, ma ciò non basta a giustificare un’inerzia nel riflettere in maniera nuova sulla vocazione diplomatica. Lo fanno i nostri partner, in particolare gli americani con numerosi e robusti studi. Sia Colin Powell, Condoleeza Rice che Hillary Clinton si sono cimentati con l’esigenza di alzare il livello di performance della loro diplomazia. L’idea americana è che se si vogliono maggiori risorse occorre dimostrare che i servizi diplomatici siano al livello richiesto dagli stakeholders: l’esecutivo, il Congresso e – in ultima analisi – il popolo americano.

Il nostro livello è ovviamente più modesto ma il dilemma resta il medesimo: come andar oltre la tradizione confrontandosi sia con le necessità del Governo, del Parlamento e del cittadino-elettore, sia con le esigenze del tempo che cambia?

1.Le priorità del servizio diplomatico sono state più volte descritte: patrocinare i nostri interessi all’estero (economici, politici, ecc.); contribuire alla sicurezza del paese; promuovere l’immagine dell’Italia; difendere e proteggere i nostri concittadini e le collettività italiane all’estero; cooperare alla crescita del sistema multilaterale; contribuire alla soluzioni di crisi e alla pace internazionale. Attorno a tali priorità va rimodellato un servizio diplomatico che sia all’altezza della sfida e al passo coi tempi.

L’impegno generico nella diplomazia multilaterale e nel partecipare e riferire delle attività internazionali non è più sufficiente. I cittadini chiedono più sicurezza, protezione e servizi; la società civile organizzata è sensibile a temi globali come la cooperazione, i diritti umani, l’ambiente o la protezione delle minoranze. Il parlamento si fa cassa di risonanza di tali istanze, aggiungendovi talvolta una domanda di azione su vari quadranti di crisi e sulle questioni diplomatico-militari. Dal canto suo il governo nel suo complesso necessita di un’analisi più approfondita dei processi internazionali in atto. Un primo tema da affrontare è proprio questo: sembra evidente che la rete diplomatica, più che limitarsi a riferire ed informare, debba cimentarsi con la difficile arte dell’interpretare, del trovare le chiavi e proporre connessioni, analizzando i fenomeni di lunga durata. Nessun paese resta sempre eguale a se stesso; nessuna crisi si assomiglia; nessun equilibrio rimane fisso per sempre.

Gli attori della politica internazionale si moltiplicano; i protagonisti non sono solo politici ma civili, religiosi, culturali, identitari, economici. Così come lo sono divenute le società, anche la sfera internazionale si è fatta “liquida”. I livelli decisionali dell’esecutivo non hanno bisogno tanto di informazioni quanto di una lettura approfondita degli eventi e della valutazione d’impatto di scelte o di politiche, con vari scenari a disposizione. Ma ciò comporta per la diplomazia un salto culturale: prendersi il rischio di proporre chiavi di lettura su paesi, aree, crisi. Nel costume verticistico e cooptante che tradizionalmente la innerva, ciò non è usuale. In questo specifico aspetto la diplomazia non differisce dal resto della pubblica amministrazione: la parola d’ordine è cautela, “quieta non movere”. Si valorizza l’ordine gerarchico piuttosto che il lavoro in team; l’anzianità alla creatività; la cura del dettaglio piuttosto che la visione d’insieme. Insomma la prudenza piuttosto che il rischio. In questo certamente vi è un’antica saggezza: innanzitutto non commettere errori e preservare le posizioni.

Tuttavia oggi tutto questo non basta più: abbiamo bisogno di più iniziativa e di rischiare. Il nostro MAE è uno strumento che funziona se comparato con l’anarchia disorganizzata e competitiva di altri dicasteri (i cui dipartimenti si ergono gli uni contro gli altri e dove i DG restano a vita…). Tuttavia il nostro strumento diplomatico ha assoluto bisogno di rinnovamento. Nella diplomazia italiana (come in gran parte di quelle europee) vi sono abitudini inerziali da guerra fredda che vanno aggiornate. Una diplomazia del XXI secolo deve saper usare fonti diversificate per le proprie analisi, interagire con la società civile, conoscere il terreno, inserire nelle proprie indagini i grandi fenomeni globali (economici, religiosi, culturali ecc.): insomma “saper uscire dagli schemi”. Descrivere meno, interpretare di più e interagire con chi è sul terreno o con chi sa. Per saper fare questo non bastano le attitudini personali: occorre un sistema di aggiornamento e formazione continui e una capacità di interazione con altre amministrazioni e altre realtà sociali che oggi è estemporaneo o non esiste affatto. Non dobbiamo accontentarci soltanto di un alto sbarramento ad inizio carriera: l’esame per entrare è certamente tra i più difficili ma, oltrepassato quello, il diplomatico medio non riceve nessun aggiornamento obbligatorio per gli scatti di carriera, né dal punto di vista dei contenuti (si pensi solo alle conoscenze oggi necessarie sui temi relativi all’islam…) né da quello della cultura amministrativa e della gestione del lavoro. La stessa cultura organizzativa del Ministero non è mutata da decenni.

Tutto dipende dall’individuo e dalle sue capacità di imparare e adattarsi, mentre la carriera viene scandita dall’anzianità secondo una scala di valori interna (il mitico “bollettino”) impermeabile a stimoli esterni. Grandi organizzazioni internazionali come la World Bank, l’Unione Europea o il Fondo Monetario continuamente adattano la loro matrice organizzativa; la diplomazia (non solo la nostra) resta troppo uguale a se stessa. Grazie alla NATO, ad esempio, la carriera militare dei paesi membri ha saputo profondamente ammodernarsi: periodi di formazione-selezione continuano ormai lungo tutto l’arco di attività. In Italia stessa ospitiamo istituzioni giuridico-umanitarie internazionali attraverso cui passano ufficiali di eserciti di tutto il mondo, obbligati a riciclarsi continuamente. Per questo gioverebbero molto alla nostra diplomazia selezionati apporti dall’esterno provenienti dalle altre amministrazioni, dal privato, dall’accademia e dalla società civile, allo scopo di renderla meno auto-centrata e più sensibile a nuove tematiche globali. Anche su questo tema l’autoreferenzialità tradizionale è massima. Non si tratta solo della vecchia questione degli “ambasciatori politici” (vero spauracchio per la nostra diplomazia) ma di selezionare e inserire lateralmente nella carriera, fin dai medi livelli, contributi che arricchiscano le capacità analitiche e gestionali. Se il MAE vuole continuare ad occuparsi di cooperazione, di internazionalizzazione delle imprese o di promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo, necessita assolutamente di tali arricchimenti, pena la perdita della gestione in tali settori. L’auto-centrarsi provoca inoltre danni al paese: accade che alcuni posti all’estero, considerati poco appetibili in termini di carriera, restano non assegnati per periodi non ragionevoli.

2. Esiste un punto ancor più critico su cui vale la pena soffermarsi: il servizio consolare. I cittadini e le collettività italiane all’estero chiedono migliori e maggiori servizi: si pensi a temi come l’adozione internazionale; l’assistenza a chi è in difficoltà o ha avuto un incidente, a chi finisce in carcere o si ammala all’estero ecc.. C’è tutta la parte della fornitura di visti, documentazione, atti, passaporti ecc. Si tratta di un immenso capitolo di servizi consolari, generalmente percepiti dalla diplomazia come “minori” o una “grana” da inizio carriera. Non si ammette mai apertamente: il consolare -che pur si vuole mantenere nel girone diplomatico- è una “seconda fascia”. Si tratta oltre che di un errore, di un grosso equivoco.

Errore perché il primo incontro con l’Italia avviene spesso presso i nostri sportelli all’estero. Non coltivare l’eccellenza nel servizio consolare e di concessione visti, significa dare subito una cattiva immagine del nostro paese. Un buon servizio consolare (né lassista né bunkerizzato come spesso avviene) è anche garanzia di sicurezza. Un servizio consolare sciatto e fatto male alla fine diviene un pericolo. Si tratta anche di un equivoco per un semplice motivo: se i cittadini chiedono più servizi, che diritto si ha di sottovalutare tale richiesta o di non considerarla il primo impegno del Ministero stesso? A che serve un Ministero degli esteri se non accetta la domanda del cittadino? Il tema del servizio consolare è un punto realmente critico che crea molteplici cortocircuiti nell’opinione pubblica. Da una parte i cittadini si lamentano o gli italiani all’estero si sentono abbandonati; dall’altra i diplomatici si offendono lamentando pochi mezzi e accusando la politica, pur continuando a non amare il servizio consolare, salvo eccezioni. Il punto è che ci si concentra su chi offre i servizi e non sui servizi stessi. Tradizionalmente un diplomatico farà un po’ di consolare ad inizio carriera ma non esistono medi e alti gradi gerarchici che si siano specializzati esclusivamente in tale settore, portando ai livelli più alti le sue esigenze e proponendo innovazioni. Per questo sul consolare c’è una rincorsa continua a tappare buchi senza mai fare una riflessione strategica. La massima parte del cattivo giudizio dell’opinione pubblica sulla diplomazia viene proprio da qui. Sul consolare è necessaria una presa di responsabilità di tutti, anche della politica. Il servizio consolare – primo sportello Italia all’estero per gli stranieri – deve divenire un’assoluta priorità. La questione va messa a tema del parlamento e del governo. Per un paese così turistico, che inoltre ha una collettività di più di 4 milioni di cittadini all’estero e altri 70 circa di italodiscendenti, spendiamo poco e male per un servizio consolare che meriterebbe ben altra stima e attenzione. Rimodellare la diplomazia inizia con un nuovo servizio consolare con più mezzi e risorse specializzate.

3. Non tutto dipende dai diplomatici. Dobbiamo ammettere che in questi ultimi vent’anni l’interesse della politica e dell’opinione pubblica per la politica estera è scemato progressivamente. Un’Italia ripiegata su se stessa, presa tra polemica partitica, crisi e allarmismo sociale, ha maturato la convinzione che dall’estero possono venire solo minacce e problemi. Anche la stessa idea di Europa è sempre più invisa alla maggioranza. Nei media la politica estera è ridotta a gossip o oggetto di comunicazione superficiale. Così, per la prima volta nella storia repubblicana, dopo le elezioni politiche del 2013 non si trovavano in Parlamento abbastanza vocazioni ad entrare nelle commissioni affari esteri di Camera e Senato, una volta molto appetite e prima scelta di tutti i leader di partito. I diplomatici si lamentano di non avere una costituency in parlamento ed è vero: i vecchi politici che rispettavano il MAE se ne sono andati. Se oggi, agli occhi della maggioranza dei parlamentari giovani, la diplomazia sembra essere uno strano e privilegiato rito esotico, il momento è venuto per pensare un rinnovamento, iniziando dal dimostrare a cosa serve. L’utilità della diplomazia può essere decifrata in vari modi. Cos’è in realtà il MAE? Una rete diffusa con un centro che la gestisce. Su tale rete -così conforme al modello globalizzante attuale- viaggiano nei due sensi dei contenuti. Concentriamoci su questi ultimi: quali sono? A chi servono? Chi se ne giova? Da qualche anno tentativi sono stati fatti per mettere la rete a disposizione di due “clienti” principali: i cittadini e le imprese. Sui cittadini si è rimasti a metà strada, vedi il discorso fatto sul servizio consolare. Sulle imprese qualche risultato in più è stato ottenuto: in effetti la rete funziona meglio nella difesa degli interessi delle nostre aziende (sostegno nelle gare, recupero crediti, contenziosi…). Tuttavia si è ancora ben lontani da un reale servizio efficiente e rimane insoluta la questione di chi gestisca in realtà l’internazionalizzazione del nostro sistema economico: il MAE o il MISE? La doppia testa non aiuta. La “cultura” non è cambiata e spesso tali servizi sono percepiti come ancora parzialmente estranei al servizio diplomatico tradizionale.

Un vero rinnovamento parte dall’apertura definitiva della rete a contenuti “esterni” al MAE. La rete diplomatica è uno strumento prezioso nel mondo globalizzato ma deve permettere ad altri di utilizzarla. Per far questo deve mutare la cultura diplomatica. Il moltiplicarsi di uffici all’estero di regioni o altre autonomie locali dimostra proprio questo: in assenza di un utilizzo unitario e aperto della nostra rete diplomatica, se ne creano altre (che non sono più efficaci, anzi…). Un discorso simile può essere fatto se si considerano le reti dell’ICE, degli Istituti di Cultura, dell’Enit ecc.: troppa dispersione, maggior spesa e minor efficienza. Occorre ripensare lo strumento della nostra rete diplomatica come un’opportunità per tutti: cittadini e italiani all’estero (consolare); imprese; promozione della cultura e della lingua; turismo; attrazione degli investimenti; cooperazione internazionale; iniziative della società civile ecc. . Vi sono numerose eccellenze civili italiane all’estero (nel campo della cooperazione, dell’interreligioso, dei diritti umani, della pena di morte o della pace, ad esempio) da cui le nostre ambasciate si tengono troppo distanti ed estranee: non si sentono in dovere di farle conoscere e diffonderle, guardandole addirittura con diffidenza.Vi è una relazione con le imprese ancora troppo estemporanea: ad esempio un’offerta di intelligence economica su fonti aperte sarebbe molto utile al mondo imprenditoriale. Vi è un rapporto con la promozione culturale e linguistica troppo modesto: i nostri Istituti di Cultura non sono considerati una priorità e funzionano solo grazie alla volontà dei singoli. Spesso le attività culturali delle ambasciate avvengono fuori da essi. Vi è un’assenza (inspiegabile) di collegamento con la questione del turismo. Vi è una legame con le scuole italiane all’estero assai negativa: percepite come una seccatura, quasi tutti i diplomatici ne auspicano invariabilmente la chiusura o la privatizzazione. Si potrebbe continuare, anche con le dovute eccezioni. Naturalmente non tutto dipende dalla diplomazia: corresponsabili sono anche altri Ministeri coinvolti (MISE e MIBACT ad esempio) e altre funzioni dello Stato. Tuttavia appare evidente la necessità di una svolta e di indicazioni precise dal centro. Ecco perché, se vogliamo una rete aperta dinamica, dobbiamo concentrarci innanzi tutto sul gestore della rete: la Farnesina.

Dal centro partono e tornano i contenuti; il centro è scriminante per il passaggio di contenuti esterni sulla rete. Se la rete si deve aprire, è alla Farnesina che ciò deve avvenire. Le varie riforme del MAE di questi ultimi anni hanno in effetti avuto come obiettivo soprattutto il centro, alla ricerca del modello migliore attorno al quesito: tematico o geografico? Si tratta di un alternativa superata. Forse la risposta sta nel rendere la rete capace di farsi portatrice dei contenuti di tutti, valorizzare gli apporti esterni , secondo le priorità stabilite dal Governo. Abbiamo un problema di crescita? Stabiliamo che la rete debba servire come volano della crescita mediante analisi di business possibili per le nostre imprese, attrazione investimenti, sostegno alle aziende italiane ad internazionalizzarsi ecc. Si tratta di un lavoro che già fa il MISE? Si prescriva una relazione stretta con tale dicastero affinché utilizzi la rete diplomatica al meglio. Il tentativo della cabina di regia è ancora in nuce e troppo esile: si fanno riunioni ma il lavoro in team tra ministeri è ancora un miraggio. Oppure: abbiamo un problema di reputazione all’estero? Si stili la lista delle eccellenze italiane in settori non convenzionali, come quelli della società civile, e le ambasciate se ne facciano promotrici presso Stati e organizzazioni internazionali. Perdiamo posti nel turismo mondiale?

MAE e MIBACT si facciano carico di un nuovo sistema di promozione della cultura e della lingua all’estero, utilizzino meglio le nostre comunità di italodiscendenti coinvolgendole in campagne e politiche, mettano in luce la straordinaria esperienza delle nostre scuole all’estero (pubbliche, parificate e private) e degli enti gestori, si crei un vincolo organico con la Dante Alighieri ecc. Tante sono le possibilità e le opportunità. Si dirà che per far questo occorre più personale e maggiori risorse. È vero ma tutto inizia con una riforma politica al centro, con nuove e chiare priorità che creino un reale legame tra MAE e i settori vitali del paese: Con ciò si potrà illustrare l’utilità pubblica della rete diplomatica e si chiedere maggiori risorse. Si dirà anche che il personale diplomatico non può svolgere tutti i mestieri. Vero anche questo: perciò è necessario immettere nella carriera nuovi apporti esterni, stabilire le nomine degli ambasciatori e dei loro vice in base all’esperienza e priorità del paese (o dell’area) in questione. Si tratta di un paese su cui puntiamo per investimenti e imprese? Oppure per la cultura? O con una grossa comunità italiana o italodiscendente? Si nomini in conseguenza, con selezioni dedicate e non solo per anzianità. Questo sarebbe un vero salto culturale che renderebbe la nostra diplomazia utile e popolare nel paese.

4. Un ultimo problema legato alla questione della rete e del suo centro riguarda la flessibilità dello strumento. Nel mondo odierno le situazioni mutano velocemente, i paesi si articolano in territori, le crisi si spostano, i soggetti coinvolti o implicabili sono di varia natura. Emerge chiaramente che l’Italia necessita di nuovi strumenti di presenza diplomatica che si adattino a diverse situazioni. Da troppo tempo si parla di “laptop embassy” o di collegamento con ilSEAE, senza che si sia provveduto a sperimentare soluzioni concrete. Vi sono paesi in crisi o “failed states” in cui la presenza deve essere modulata con le priorità della crisi stessa. Vi sono Stati in cui siamo assenti ma sarebbe essenziale esserci, come ad esempio in Burkina Faso, Niger o Mali data al crisi saheliana che rischia di perdurare e tenuto conto anche dei problemi di sicurezza e di immigrazione che ne derivano; oppure in Africa centrale (Centrafrica, Sud Sudan o Ciad) dove è in corso una crisi destabilizzante per tutta l’area; o anche nei Caraibi i cui voti ci servono per entrare nel Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2017; o infine in certi paesi dell’Asia centrale e orientale dove si giocano importanti partire energetiche ed economiche.

Non è vero che si possano gestire certe situazioni da un altro paese: l’evidenza ormai è lampante. Abbiamo un problema con ambasciate che coprono aree troppo estese o in paesi troppo grandi. Abbiamo necessità di essere presenti -almeno temporaneamente e senza alterare la legalità internazionale- in certi territori sensibili come, per esempio, in zone di minoranze come il Niniveland in Iraq o il Donbass. Una delle caratteristiche preziose della rete diplomatica è proprio l’esserci, la presenza fisica. Tutto questo ed altro fa emergere la necessità di strumenti di presenza diplomatica di tipo nuovo, a cui si aggiungono nuovi strumenti di presenza consolare laddove la decisione politica consigli di curare maggiormente una nostra comunità all’estero. Anche se in realtà sarebbe già possibile operare diversamente, gli strumenti oggi utilizzati sono pochi e rigidi. Alcuni paesi hanno risolto il problema con gli ambasciatori itineranti o gli inviati speciali. È un tipo di soluzione che l’Italia ha utilizzato raramente e che permetterebbe una sicura flessibilità.

Adattare la rete al mondo che cambia significa dotarsi di strumenti leggeri e temporanei. Non è necessario stabilire ambasciate “pesanti” ovunque: una presenza diplomatica o consolare può essere meno impegnativa ma altrettanto utile. Nel consolare già esistono varie formule: dal consolato generale all’agenzia o allo “sportello”. Nel settore più propriamente diplomatico occorre un medesimo orientamento. Questa scelta sarebbe anche molto utile per la carriera: giovani diplomatici nei primi anni potrebbero essere inviati, in funzione di incaricati o inviati, a farsi le ossa senza strutture impegnative, per poi rientrare nei ranghi. Non è detto che ogni ambasciata debba fare tutto: in alcuni casi la sola presenza è politicamente sensibile. Diplomatici “laptop” di questo tipo potrebbero essere temporanei, dipenderebbero amministrativamente da ambasciatori di zona ma senza esserne emanazione in senso diplomatico. Infine é ora di studiare concretamente le possibilità offerte dalla presenza delle ambasciate del SEAE, anche se ciò significhi quella modificazione nella gestione contabile e amministrativa che finora ha bloccato ogni esperimento.

Per tutti questi obiettivi di rinnovamento occorre che la Farnesina si doti di strumenti di valutazione, di formazione e di gestione che oggi non possiede. L’eccellenza individuale dei diplomatici che entrano in carriera oltrepassando la sbarramento del difficile concorso, non basta più. E’ necessaria al MAE una cultura organizzativa nuova, aperta, di rete, collaborativa che reagisca rapidamente, sappia cogliere le opportunità, spinga a interpretare e a rischiare. La carriera va aperta ad apporti esterni -laterali o a tempo- per aumentarne le conoscenze e mescolare le abilità. La formazione lungo la carriera dovrebbe essere obbligatoria, come per altri settori della pubblica amministrazione, e i curriculum richiesti più variati. Lo scatto di grado dovrebbe dipendere da tali passaggi, dai risultati e non solo dall’anzianità in bollettino. La rete va aperta a tutti, mediante una riforma del gestore di rete: la Farnesina.

I servizi consolari vanno messi al centro del servizio all’estero; i diplomatici che hanno dato buona prova in tale ambito vanno incentivati a restarci, creando alti gradi nell’amministrazione centrale specializzati in questo settore. Le priorità della rete vanno stabilite e valutate periodicamente, paese per paese, con una politica dedicata alle collettività all’estero (siamo la seconda diaspora nel mondo), alla promozione della cultura e della lingua, al turismo. Settore privato e società civile devono poter far passare sulla rete i propri contenuti, specie quando si tratta di eccellenze che favoriscono la reputazione italiana nel mondo. Nuovi strumenti di presenza diplomatica e consolare vanno rapidamente messi in campo.

Tutto questo necessita un’attenzione da parte della politica che fino ad ora non è stata sufficiente. È essenziale che il Parlamento dica le proprie priorità e che l’esecutivo metta mano ad una riforma della diplomazia per il XXI secolo senza timori reverenziali. Il paese se lo merita.

 

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts