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Da Bruxelles a Monrovia. Intervista a Vigilante (Unmil)

Antonio Vigilante

(di Arturo Zampaglione)  MONROVIA- Per Antonio Vigilante si apre una nuova sfida. Dopo una lunga carriera con l’Undp (United nations development program), che lo ha portato in ogni angolo del mondo, dalla Bolivia all’Egitto, da New York a Bruxelles (dove è stato per otto anni capo dell’ufficio dell’Onu presso l’Unione europea), il cinquantanovenne napoletano ha assunto l’incarico di vice-rappresentante speciale di Ban Ki-moon nella missione delle Nazioni Unite in Liberia (Unmil).

“Oltre a coordinare il ‘sistema Onu’ nel paese, mi occuperò di uno dei due tronconi del Unmil, quello del consolidamento della pace, dello sviluppo e della governance”, spiega Vigilante in un colloquio con OnuItalia.

Istituita nel settembre 2003 e composta all’inizio di 15mila caschi blu e 1115 agenti di polizia, la forza di peacekeeping dell’Onu doveva monitorare la situazione nel paese africano dopo le dimissioni del presidente Charles Taylor (poi condannato per crimini di guerra) e dopo la conclusione della seconda guerra civile liberiana: una delle guerre più atroci della storia dell’uomo. Non solo fece dalle 150 alle 300mila vittime, su una popolazione liberiana di 4 milioni di abitanti, ma vide l’uso di bambini-soldato, la diffusione di cocaina e altre droghe per incitare le truppe e il ricorso al cannibalismo e a sacrifici umani.

-Antonio Vigilante, dieci anni fa la Liberia sembrava senza speranze: uno dei tanti “stati falliti”.

“E invece la missione dell’Onu ha avuto successo. Dopo tanti anni di guerra e di sofferenze, sono tornate la pace e la stabilità. Certo, ci sono ancora problemi endemici, a cominciare dalla corruzione e dalle condizioni socio-economiche: la Liberia è uno dei dieci paesi più poveri del mondo, con altissimi tassi di analfabetismo. Ma ha anche punti di forza e di orgoglio. E’ stato ad esempio il primo paese africano ad avere una donna come presidente, Ellen Johnson Sirleaf, e a rieleggerla nel 2011. E’ anche riuscito a varare una importante riforma del sistema giudiziario.”

-Quale sarà il suo ruolo a Monrovia, la capitale della Liberia?

“Come dicevo, avrò due cappelli: come numero due di Karin Landgren, la svedese che guida l’Unmil, mi occuperò di una parte delle questioni che riguardano i caschi blu, il cui numero però sta diminuendo, visto i buoni risultati fin qui ottenuti. Dai 15mila soldati iniziali, siamo già a 5mila, e tra un anno scenderemo a 3750. L’altro cappello è quello di “UN resident coordinator” e di rappresentante dell’Undp, l’agenzia guidata a New York da Helen Clark. Da questo punto di vista coordinerò la presenza di tutto il personale dell’Onu, cercando di “deliver as one”: cioè, secondo il principio che ci siamo dati, di affrontare i problemi come se tutte le agenzie dell’Onu lavorassero all’unisono”.

-Come metterà a frutto l’esperienza accumulata in otto anni – veramente molti – di guida dell’ufficio dell’Onu di Bruxelles?

“L’unione europea è molto importante per l’Onu. La Commissione ha 30mila funzionari e uffici in ogni luogo del mondo. Concede finanziamenti alle Nazioni Unite per 1,5 miliardi di dollari all’anno e eroga assistenza umanitari: di qui il lavoro presso la rappresentanza di Bruxelles dei 200 funzionari dell’Onu, in rappresentanza di venticinque agenzie. Sono convinto che rapporti, procedure e conoscenze sviluppate dal 2006 in poi, cioè da quando assunsi l’incarico alla Ue, mi saranno di grande aiuto per il nuovo incarico. A differenza di Bruxeles, la sede di Monrovia avrà per me dei costi umani più alti: per lunghi periodo non potrà vedere né mia moglie, boliviana di nascita, che mia figlia, che ora vive e lavora in Belgio”.

-La sua carriera all’Onu è stata brillante: entrato nel “sistema” a 26 anni, dopo gli studi in scienze politiche a Napoli e una esperienza iniziale all’Ice, adesso ha raggiunto un incarico di grande responsabilità e prestigio. Anche da parte della diplomazia italiana è stata espressa “soddisfazione” per la sua nomina in Liberia. Ma in questi tempi non mancano le polemiche sullo scarso appoggio del governo italiano ai suoi funzionari internazionali. Lei che ne pensa?

“E’ un discorso complesso. Certo, esistono paesi molto aggressivi nel cercare di non finire “sotto quota”, cioè di non occupare meno incarichi all’Onu di quel che teoricamente potrebbero avere: tra questi la Germania e le nazioni scandinave. E forse l’Italia potrebbe avere un approccio più strategico nel seguire i suoi funzionari. Ma non dobbiamo dimenticare che in queste vicende conta molto anche il livello dei contributi versati da ogni paese all’Onu e ai suoi programmi: da questo punto di vista l’Italia sta facendo una brutta figura. I nostri contributi alla cooperazione non sono su livelli degni del paese”.

 

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts

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