Ultime notizie
Stampa Articolo Stampa Articolo

Sami (Unhcr): Triton non sara’ come Mare Nostrum

Carlotta Sami

ROMA – Triton non sara’ come Mare Nostrum, i rischi di naufragi aumenteranno. Esiste l’obbligo per i profughi di lasciare le impronte digitali, ma l’uso della forza va evitato, servono al più presto cambiamenti nell’analisi delle richieste d’asilo. Vita, il primo e unico magazine dedicato al racconto sociale, al volontariato, alla sostenibilità economica e ambientale e al mondo non profit, ha intervistato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati, appena ritornata da due missioni intense, prima tra l’Iraq e i campi profughi iracheni in Giordania, poi sulle coste siciliane a monitorare gli sbarchi e le condizioni dei migranti nei centri d’accoglienza.

“Siamo molto preoccupati. Mare nostrum chiude e Triton non sembra avere lo stesso livello di efficacia dell’operazione navale italiana, che ha permesso il salvataggio di centinaia di migliaia di persone. Nonostante almeno 3mila, soprattutto minorenni, siano comunque morte in mare”, ha detto la portavoce dell’Unhcr.

Ecco il testo dell’intervista alla Sami:

Cosa non la convince l’operazione europea Triton?
Rimarrà a pattugliare a 30 miglia dalla costa, ma potrebbe fare di più spingendosi in acque internazionali come faceva Mare nostrum. Bisogna mantenere una forte azione comune a livello europeo, anche perché lo scenario è quello di un ulteriore aumento delle partenze: si veda, oltre a Siria ed Eritrea, il nuovo dramma iracheno. Le persone continueranno a partire e se la Ue abbassa la guardia i rischi per chi viaggia saranno sempre maggiori. Di certo Marina e Guardia costiera continueranno a fare il loro egregio lavoro, ma c’è bisogno anche di altro, così come c’è da valorizzare l’importante ruolo che hanno le navi commerciali, in molti casi occasionali protagoniste di salvataggi.

Con Mare nostrum i respingimenti si erano quasi azzerati, ora invece sembra che siano ripresi: per esempio c’è la notizia di almeno 50 egiziani sbarcati a Pozzallo subito rimandati indietro senza aver permesso loro di fare richiesta di protezione internazionale, oppure persone rimpatriate al loro arrivo in aeroporto, a Fiumicino come a Orio al Serio…
Tutti devono avere la possibilità di richiedere asilo politico al momento dell’arrivo a terra, quindi non devono esserci situazioni del genere, e allo stesso modo è illegittimo che vengano prese decisioni riguardanti i migranti a bordo delle navi di salvataggio. Ogni situazione va analizzata, con la collaborazione dell’organismo comunitario predisposto, ovvero l’Easo, Ente europeo di supporto all’asilo, che ha sede a Malta. Noi siamo pronti a denunciare qualsiasi irregolarità. E richiediamo ai governi soluzioni che evitino i viaggi della disperazione in mare: in particolare, per quanto riguarda i siriani, che possono subire genocidi all’improvviso, è necessaria l’istituzione di un ponte aereo diretto.

C’è un altro aspetto che negli ultimi tempi, in particolare dopo una circolare ministeriale del 10 settembre 2014, sta allarmando i profughi, e con loro operatori e volontari: quello dell’obbligatorietà di fornire le proprie impronte digitali alle forze dell’ordine una volta sbarcati. È stato segnalato che viene loro consegnato un documento multilingue dove si intima, anche con l’eventuale uso della forza, di non opporre resistenza al fingerprinting. Non si tratta di una pratica lesiva dei diritti umani?
L’identificazione è un obbligo legislativo, come spiega il regolamento europeo Dublino 3, ma bisogna trovare con urgenza un modo per arrivare alla migliore soluzione possibile. Il migrante è tenuto, sempre per legge, a collaborare, però la situazione attuale vede la gran parte di loro opporsi perché, una volta lasciate le impronte, devono per forza fare richiesta d’asilo in Italia e non altrove, dove magari hanno parenti o conoscenti che potrebbero accoglierli. È chiaro che il sistema d’accoglienza ha dei punti che devono essere modificati il prima possibile, per il bene di tutti. Nel frattempo noi teniamo monitorato quanto accade, luogo per luogo.

Chi viene forzato a lasciare le impronte parte comunque per il Nord Europa, salvo poi essere rimandato in Italia al primo controllo, come avviene sempre più spesso al confine con l’Austria. Secondo il suo punto di vista, come andrebbe cambiato il regolamento per richiedere protezione? Il sottosegretario agli Interni Domenico Manzione, nell’intervista a Vita, propone una commissione plurinazionale per valutare ciascuna domanda di asilo.
Sono d’accordo, è proprio quella la strada. Si tratterebbe di un’azione organica che aiuterebbe gli stessi paesi europei nella gestione dei flussi, proporzionata alle capacità di accoglienza e alle situazioni di ciascun paese. Porteremo questo tema nella Conferenza internazionale che si terrà a Ginevra a dicembre, con la volontà che si arrivi a cambiamenti già dall’inizio del 2015.

Di recente la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito che una famiglia di afgani non dovesse essere espulsa dalla Svizzera verso l’Italia, primo luogo di approdo nel 2011, perché il sistema italiano di accoglienza ai rifugiati oggi non presenza adeguate garanzie per una vita dignitosa. Che ne pensa?
È una sentenza interessante, perché di fronte al rischio di grave povertà la Corte ha preferito rifiutare temporaneamente la richiesta svizzera. Le difficoltà nel livello della seconda accoglienza in Italia le conosciamo, e nonostante i tentativi fatti c’è ancora molto da migliorare, investendo in particolare nelle politiche di integrazione. Siamo disposti a collaborare in tal senso, naturalmente, così come lavoriamo con i governi su altri temi spinosi, per esempio l’apolidia.

Sul tema delle persone apolidi, ovvero senza una cittadinanza, avete appena lanciato una campagna mondiale I belong. Con quale obiettivo?
Dare in 10 anni un’identità nazionale ai 10 milioni che ancora oggi sono apolidi. In questo senso molti Stati hanno promosso azioni meritevoli e i numeri sono in discesa, per questo lanciamo ora la campagna, con l’obiettivo di azzerare questa condizione assurda, che di fatto rende invisibili intere famiglie, in molti casi reduci dallo sfaldamento dell’ex Urss o dell’ex Jugoslavia, non facendole accedere ad alcun servizio statale. (10 novembre 2014)

The following two tabs change content below.

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

Stampa Articolo Stampa Articolo
About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts