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Centrafrica: io, volontario Coopi, vi racconto il continente che amo

(di Maria Novella Topi)

ROMA – ”Perché lo faccio? Perché è bello!”. Semplice e lineare Filippo Brisighelli spiega così la sua scelta di vivere in Africa la sua vita adulta, con la Ong italiana Coopi-cooperazione internazionale, che nel continente è radicata da oltre 40 anni, ed è presente anche in Medio Oriente e in America Latina.

Brisighelli è in Italia per una breve sosta che interrompe un lavoro cominciato nel dicembre scorso in Centrafrica  e che andrà avanti fino all’estate. Spiega che, una volta finito il progetto di cui è a capo nella città di Bria, è in Africa che vuole restare perché ”qui le dinamiche sono più complesse che altrove, il lavoro forse è più duro  ma più formativo e stimolante”. La sua precedente esperienza è stata anch’essa africana, perché ha lavorato a Gibuti con i bambini  di strada e vuole continuare in quella direzione anche se forse in modo diverso, con una maggiore specializzazione in qualche settore ”perché ad un centro punto  – dice – bisogna imboccare un sentiero preciso”.

Il Centrafrica è paese in un certo senso emblematico per l’intervento umanitario: vi coesistono violenze religiose e tribali, malnutrizione, malattie, decine di migliaia di sfollati e rifugiati, violazione dei diritti umani,  analfabetismo e stupri, bambini soldato e insicurezza generale. Proprio ieri l’ong Oxfam  ha lanciato l’allarme:  su circa 5 milioni di abitanti, 2,7 milioni hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, gli sfollati sono 860 mila, più del 90 per cento di questi sono donne e bambini e nel 2014 più di un bambino al giorno è rimasto ucciso o mutilato.

Brisighelli, 29 anni, laureato in Giurisprudenza alla Luiss di Roma e specializzato al S. Anna, racconta che la crisi umanitaria, cominciata nel 2012, ha lasciato il paese diviso in due: ad est i musulmani  ribelli Selekà, nella capitale Bangui e a nord ovest  le bande cristiane Antibalakà, la cui traduzione ‘anti machete’ la dice lunga  su quello che avviene.

Il problema,  dice Brisighelli, ”è innanzitutto l’insicurezza:  in alcune zone ci sono enclave di segno diverso e la gente non si muove, non va nei campi perché teme uccisioni e stupri. Tra i nostri compiti c’è anche quello della distribuzione alimentare di prodotti del Pam ma la situazione è talmente instabile che se si sbaglia qualcosa ti spariscono i camion o rischi di peggio”.  Le violenze sono così indissolubilmente legate al cibo, ”se noi cerchiamo di insegnare a coltivare, cerchiamo di formare all’autonomia alimentare – spiega – o forniamo sementi e attrezzature agricole, non sempre c’è una risposta sul campo, perché la paura ha un effetto paralizzante”.

Ma Brisighelli, che tra l’altro ha preso la malaria quattro volte, ha avuto mai paura? ”Sì, ed è normale: nella stessa capitale Bangui sparano e ci sono enclave che non possono essere attraversate, ma noi del Coopi siamo percepiti  benissimo, innanzitutto perché non giriamo mai armati, né scortati. Come umanitari ci lasciano lavorare bene, del resto sono 40 anni che siamo in Centrafrica, è la Ong più vecchia e radicata in almeno dieci regioni su 16”.  E il metodo usato è quello del dialogo sempre, dell’accoglienza e dell’ascolto.

Il progetto del giovane cooperante  di Udine in Centrafrica è un percorso a lungo termine che diventa una sorta di ”spirale virtuosa”.  Brisighelli parte dal presupposto che ”occorre coinvolgere la gente a fare qualcosa di diverso dalla guerra. Per far questo si parte dai due capisaldi che abbiamo individuato: l’agricoltura e la scuola, che pure in questo paese esiste. Abbiamo così pensato di ristrutturare gli edifici ancora in piedi,  crearvi degli orti per insegnare ai bambini piccole tecniche agricole, formare dei contadini, produrre cibo che integri i cereali forniti dal Pam, distribuirlo nelle mense e quindi renderle il luogo della crescita e dell’alimentazione in un paese dove per lo più si mangia una sola volta al giorno”.

Secondo questa visione il progetto serve ”ad attrarre i bambini a scuola e ad educare i genitori a trarre dall’ambito scolastico il sostentamento dei figli e la possibilità di vendere i  prodotti al mercato, mettendo in moto un piccolo volano economico”.

A Bria, dove Brisighelli lavora, a metà febbraio è arrivata una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu cui proprio il giovane friulano ha consegnato un messaggio a nome del Coopi  di altre organizzazioni presenti nel paese (come Emergency,  e Comunità di S. Egidio, Intersos)  nel quale si chiede innanzitutto di mettere in sicurezza i civili e il territorio così da poter consegnare gli aiuti.  Ma c’è anche, con amarezza, il problema della preparazione dei caschi blu della missione Minusca per i quali si chiedono regole di ingaggio precise, corsi, e tolleranza zero in relazione a qualsiasi abuso.

Questo significa che ve ne sono stati? Brisighelli non cita episodi, ma dà conto di voci e polemiche che parlano in qualche caso di problemi con la popolazione.  Nel messaggio consegnato alla delegazione Onu, le ong ringraziano comunque le Nazioni Unite del lavoro che viene svolto, e sarebbe necessario che qualcuno prima o poi ringrazi i volontari che da anni lavorano sul campo, per lo più volontari molto giovani e di buonissima volontà.

”Non abbiamo la pretesa di cambiare il mondo  – conclude Filippo Brisighelli – ci limitiamo a miglioralo un po’.  Poi io, per qualche settimana, mi godo in Italia le lasagne di mia madre’’.

(25 marzo)

 

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts