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Cooperazione: Paolo Dieci, con Consiglio Nazionale riforma entra nel vivo

(di Paolo Dieci, Presidente Link 2007)

ROMA – Alla prima riunione del Consiglio Nazionale, tenutasi oggi a Roma al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con all’Ordine del Giorno il Documento Triennale di Programmazione, lo stato dell’arte sul processo di riforma della cooperazione italiana e i negoziati internazionali in atto, siamo giunti tutti carichi di aspettative.  Rappresentanti del mondo non governativo, del settore profit,  dell’associazionismo, del mondo accademico, dell’immigrazione, della finanza, di enti locali, di istituzioni e ministeri, hanno avviato un percorso, previsto dalla legge 125 / 2014, che va nel segno dell’ampliamento del sistema di governance della cooperazione allo sviluppo dell’Italia. E’ significativo che questo sia avvenuto alla vigilia del primo appuntamento internazionale di quest’anno, definito correttamente “l’anno delle agende globali”: la Conferenza di Addis Abeba sui finanziamenti per lo Sviluppo (13 – 16 Luglio).

La “scommessa” del Consiglio Nazionale è la stessa della legge che lo ha determinato: fare essere la cooperazione internazionale una strategia condivisa da tutti i principali settori della società italiana, senza  disperdere il patrimonio di professionalità e di rigore sviluppato negli scorsi decenni.

Paolo Dieci

Paolo Dieci

E’ una scommessa che può essere vinta. E’ infatti forte in tutti i soggetti rappresentati nel Consiglio Nazionale, pubblici e privati, una doppia consapevolezza: non si esce dalle crisi profonde del mondo contemporaneo chiudendosi in sé stessi; l’Italia – oltre che il mondo e i paesi poveri – ha bisogno della cooperazione internazionale.

Parto da questa seconda questione. L’Italia ha bisogno della cooperazione internazionale per varie ragioni. Non solo perché la geografia la colloca tra il sud del mediterraneo e l’Europa, ma anche perché la sua possibilità di avere un peso ed un’influenza negli equilibri internazionali dipende significativamente dalla capacità di sviluppare una credibile politica di cooperazione, bilaterale e multilaterale.  Sono al riguardo condivisibili e nella sostanza sono state ampiamente condivise dal Consiglio Nazionale alcune premesse al Documento Triennale di Programmazione ed Indirizzo, denominato “Un mondo in comune, solidarietà, partnership, sviluppo”. La prima: la politica di cooperazione deve svolgere un compito preminente per assicurare condizioni di pace, stabilità e benessere nel lungo periodo. E poi una seconda premessa, in riferimento all’agenda “post 2015”: l’ambizione è sicuramente grande, immensa, sradicare la povertà estrema dal mondo entro l’anno 2030, definendo un’agenda globale e trasformativa, capace di abbracciare un concetto più ampio di sviluppo, che tenga conto delle condizioni politiche e istituzionali del contesto, che sia capace di dare una risposta  organica e comprensiva.

Si tratta di questioni di importanza vitale.  L’Italia e l’Europa saranno all’altezza delle sfide? Sì, se prevarrà la capacità – e la volontà – di collegare gli interessi nazionali alla ricerca di soluzioni concrete e credibili ai drammi del mondo contemporaneo: la povertà estrema e l’assenza di collaudati meccanismi di applicazione del diritto internazionale. E’ il momento, per tutti, di unire gli sforzi e elaborare una visione comune. Rendiamo omaggio ad un grande maestro del nostro passato: è il momento dell’ottimismo della volontà, al cospetto del doveroso pessimismo della ragione, cioè della presa d’atto della gravità dei problemi sul tappeto.

Il già citato Documento Triennale di Programmazione delinea in modo chiaro e condivisibile priorità strategiche, settori, regioni e paesi prioritari. Il Consiglio Nazionale ha giustamente sottolineato due aspetti. Il primo è che presto si giunga ad affiancare alle priorità identificate precisi e vincolanti impegni finanziari. Il secondo è che le priorità geografiche siano assunte in modo flessibile, alla luce dei cambiamenti in atto in varie regioni e vari paesi.

E’ con questa rinnovata ed accresciuta consapevolezza circa la centralità della cooperazione internazionale che il nostro paese si appresta a partecipare alla già citata Conferenza di Addis Abeba. Condivido pienamente quanto ha già dichiarato il Direttore della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo Giampaolo Cantini e oggi affermato il Ministro Gentiloni: l’annunciata e confermata presenza nella capitale etiope del primo ministro italiano è un segnale incoraggiante, che può indicare la volontà di una svolta, anche – e non secondariamente – sul piano degli impegni finanziari assunti dal nostro paese.

La Conferenza di Addis Abeba è appuntamento decisivo, perché in assenza di risultati tangibili verrebbero compromessi in partenza il Post-2015 Summit al Palazzo di Vetro (25-27 settembre) e la Conferenza delle Parti della Climate Change Convention a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

Ad Addis Abeba l’Unione europea  e gli stati membri dovranno dire parole chiare sugli impegni per la lotta alla povertà. Il tema dello 0,7% del Pil è ancora in agenda? Se sì, entro quale arco temporale? Se no, quale è l’effettivo impegno nel breve, medio e lungo periodo? L’assenza di decisioni coerenti e credibili da parte dell’Europa renderebbe inconsistente il richiamo – in sé corretto – ai paesi del G77 all’assunzione di maggiori impegni diretti.

La debolezza in molti paesi di effettivi sistemi fiscali sottrae risorse alla lotta alla povertà e ai servizi sociali e alimenta la spirale delle diseguaglianze interne. E ancora: la mancanza, in alcuni paesi, di effettivi sistemi democratici determina crisi sociali, politiche ed economiche e rende spesso puramente teorica l’adesione alle convenzioni internazionali sui diritti umani.

È giusto, quindi, sottolineare la dimensione globale della nuova agenda. Non più il “Nord” per il “Sud”, ma la comunità internazionale effettivamente unita verso il raggiungimento di obiettivi condivisi.
Però il tema, per noi europei è: che credibilità abbiamo nel richiamare i Paesi partner alle loro responsabilità in assenza di scelte chiare e coerenti con innumerevoli impegni internazionali?

Un tema importante ad Addis Abeba sarà quello del ruolo del settore privato. Lo sviluppo del blending finanziario, la valorizzazione dell’inclusive business vanno intesi come opportunità supplementari nella strategia globale di lotta alla povertà, che non sostituiscono né diminuiscono il ruolo fondamentale dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Se il mercato da solo riuscisse a risolvere il problema della povertà assoluta, perché questa cresce anche in Paesi che registrano una forte crescita economica? Perché tuttora milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi essenziali?

In quei contesti di povertà, i progetti finalizzati a precisi obiettivi di sviluppo coinvolgenti le comunità rimangono indispensabili, come rimane necessario, oltre che doveroso, fornire a quelle comunità l’aiuto necessario.

Ad affermare la centralità dell’aiuto a dono, accanto ad altri strumenti, non sono solo le Ong: lo ha fatto, con chiarezza, il più autorevole esponente della comunità internazionale, cioè il segretario generale delle Nazioni Unite. Il suo rapporto A life of dignity for all del luglio 2013, nell’inaugurare il dibattito sul “Post 2015”, reitera esattamente questo concetto: gli Stati ricchi non possono sottrarsi alle responsabilità e agli impegni assunti nella lotta alla povertà.

A parte questo richiamo, sono i dati del mondo contemporaneo a imporci di non demordere nel sottolineare la centralità dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Uno studio pubblicato dalla Fao nel 2014 (The State of Food Insecurity in the World, 16 settembre 2014) indica che sono circa 805 milioni le persone – vale a dire una su nove – che nel mondo soffrono la fame.

Il rapporto 2014 della Commissione economica per l’Africa sullo stato di avanzamento degli Obiettivi del Millennio rileva che, nonostante significativi progressi registrati in diversi Paesi, sul piano globale il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà estrema (1,25 $ al giorno) è cresciuto nel continente da 290 milioni nel 1990 a 376 milioni nel 1999 a 414 milioni nel 2010.

Sono dati che danno il senso dell’urgenza di aggiornare un’agenda globale, integrando la dimensione del dono con quelle dello sviluppo di relazioni economiche e del dialogo politico: l’Africa, ma non solo essa, deve assumersi fino in fondo le sue responsabilità.

Il successo di un’agenda di tali ambizioni dipende fortemente dalla credibilità dei soggetti in campo. Se questa vi sarà il 2015 può davvero essere un anno eccezionale. In caso contrario rischiamo di perdere importanti opportunità. L’Italia deve fare di tutto affinché tali opportunità non si perdano.  (PD, 5 luglio 2015)

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts