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Jirair: 19 anni da apolide. “Grazie UNHCR e Georgia per il primo documento di viaggio”

NEW YORK, 3 NOVEMBRE 2015 – “Tengo tra le mani questo documento come un trofeo, mi sento un vincitore”: Jirair, 19 anni, è familiare con le metafore sportive: anni e anni di wrestling alle spalle, conosce il sapore della vittoria. E ora si sta abituando anche alla possibilità di viaggiare da un Paese all’altro. Un’opportunità che gli era stata negata fino a qualche mese fa, perché apolide.

E’ emozionato mentre racconta la sua storia dalla Conference Room 11 del Palazzo di Vetro all’Onu, dove l’UNHCR presenta il rapporto “I am here, I belong”, a un anno dal lancio della campagna illustrata da United Colours of Benetton che mira a mettere fine alla condizione dei 10 milioni di senza patria nel mondo entro il 2024.  “L’unica cosa di cui ho bisogno per realizzare i miei sogni è la cittadinanza”, dichiara Jirair, cercando di far comprendere “quanto è difficile viverne senza”.

Proprio il suo status di apolide gli ha reso impossibile viaggiare con il suo team per una gara. “Portate i vostri passaporti domani, andremo in Europa tra qualche settimana”, disse un giorno alla squadra il coach che lo allenava. “’Con te cosa devo fare? Vorrei tanto portarti con noi, ma non hai una nazionalità’. Non riuscivo a parlare”, riferisce il 19enne, “mi sentivo legato”.

Jirair e il suo primo documento di viaggio

Jirair e il suo primo documento di viaggio

Da quell’impossibilità, i nuovi tentativi per avere i documenti, il primo con un’organizzazione che richiedeva denaro: “Il mio coach mi ha aiutato a trovare un lavoro come buttafuori in un locale. Ho fatto sforzi enormi per mettere da parte dei risparmi per questa organizzazione, ho dato loro tutto, mi hanno promesso che entro tre mesi i documenti sarebbero stati pronti, poi sono spariti”. A dargli forza, “la fede in Dio”.Poi la malattia del nonno: “Prima che morisse sono andato a trovarlo in Georgia, sono rimasto un po’ con mia nonna e ho fatto richiesta dei documenti lì in Georgia. Il ministero della Giustizia ha studiato il mio caso e in estate l’UNHCR mi ha invitato a incontrare altri giovani apolidi a Ginevra. Parlavano tutti inglese, non capivo la loro lingua, ma dai sorrisi e dall’atteggiamento capivo che avevano il nostro problema a cuore”. Si gira verso António Guterres, alto commissario dell’Onu per i rifugiati, seduto alla sua sinistra, gli prende la mano e lo ringrazia: “Grazie all’UNHCR e al governo georgiano ho il mio primo documento di viaggio. Sono profondamente grato”.

Ora Jirair, che da bambino si era rotto una gamba e non aveva neppure provato ad andare al pronto soccorso, consapevole che gli avrebbero chiesto l’ID che non aveva, è in attesa della cittadinanza. Le sue difficoltà sono le difficoltà di milioni di bambini e ragazzi apolidi che intervistati dall’agenzia Onu hanno raccontato di sentirsi “invisibili,” “alieni”, “nell’ombra”, “senza valore”.

Dal rapporto UNHCR "I am here, I belong"

Dal rapporto UNHCR “I am here, I belong”

“Nessun bambino dovrebbe essere senza patria”, ha dichiarato Guterres, insistendo sui danni psicologici derivanti dalla non appartenenza a uno Stato, nel corso del seminario organizzato con le rappresentanze di Brasile, Costa d’Avorio, Germania, Italia e Thailandia. “Ma ci sono quattro proposte concrete”, ha aggiunto il capo dell’UNHCR: dare ai bambini la nazionalità dello Stato in cui sono nati, nel caso risultassero altrimenti apolidi; modificare le leggi che impediscono ai bambini di ereditare la cittadinanza della madre, “cosa che avviene ad esempio in Siria, dove se il padre muore in guerra o lascia la famiglia, il figlio nasce apolide”; eliminare le leggi e le prassi discriminatorie che impediscono ai bambini di avere una cittadinanza per via della loro etnia o religione; garantire la registrazione alla nascita per prevenire l’apolidia.

L'intervento di Lambertini al seminario sull'apolidia

L’intervento di Lambertini al seminario sull’apolidia

“Siamo particolarmente sensibili alla questione dell’apolidia e in generale della cittadinanza”, ha detto, intervenendo nel dibattito il numero due della missione italiana Inigo Lambertini: “Siamo in procinto di rivedere la nostra legge per adattarla alle sfide del mondo di oggi introducendo principi di ‘ius soli’, mentre il Parlamento italiano ha autorizzato al Convenzione per la riduzione dell’apolidia”. Lambertini ha osservato che la legge italiana è già compatibile, ma “il primo ministro Matteo Renzi ha voluto rispondere all’appello dell’Alto commissario con un atto di accessione formale”.

“Rompere il silenzio e dare un volto alle statistiche” è il modo per “strappare questi bambini dall’invisibilità”, secondo il soprano americano Barbara Hendricks, Goodwill Ambassador dell’UNHCR, che riferisce: “un terzo di quei 10 milioni di apolidi sono minori”. E chiude intonando “Oh, Freedom”. (AS, 3 novembre 2015)

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