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#UN70: allora come oggi, l’SOS di una famiglia di profughi in mostra all’ONU

Peter Tannenbaum

(di Alessandra Baldini)

NEW YORK/SANTA BARBARA – Allora come oggi, l’SOS di una famiglia di profughi. Una lettera, come un messaggio in una bottiglia, racconta una storia di 70 anni fa, ma che e’ attuale come le migliaia di storie della più grave emergenza di rifugiati dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Miklos Tannenbaum, scampato al nazismo in Ungheria, non e’ mai riuscito ad emigrare in America, ma suo figlio Peter, il bambino della foto, si.

Professore emerito di matematica alla Fresno State University, Peter e’ nato a Genova nel 1946: i suoi genitori, ebrei ungheresi sopravvissuti all’Olocausto e arrivati in Italia da Budapest dopo la sconfitta del nazismo, erano finiti nel campo di accoglienza per rifugiati di Grugliasco alla periferia di Torino ed e’ li’ che il 26 giugno 1947 il giovane padre prese la penna in mano per chiedere alle autorita’ dell’ONU di aiutarlo a raggiungere l’America con la famiglia.

La busta della lettera

La busta della lettera con l’appello, “non mi cestinate”

La lettera di Miklos e’ esposta al Palazzo di Vetro in una di due mostre gemelle organizzate per i 70 anni dell’organizzazione mondiale e inaugurate dal Segretario Generale Ban Ki moon. I Tannenbaum, e milioni come loro, erano “displaced persons”, un neologismo introdotto dagli Alleati per indicare i profughi che rappresentarono una della drammatiche eredità della guerra. ”A chi apre questa lettera: per favore, la consegni all’indirizzo giusto senza gettarla nel cestino”, si legge nell’appello del giovane ungherese all’UNRRA, l’agenzia ONU per profughi e sfollati (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) nata ancor prima che la guerra finisse e che ha preceduto l’UNHCR.

Una storia di 70 anni fa che riverbera nel mondo di oggi. “Per noi e’ la prova perfetta del bisogno di conservare gli archivi e la memoria istituzionale dell’ONU”, ha detto a ONUITALIA Anne Fraser, l’archivista delle Nazioni Unite, secondo cui la storia dei Tannenbaum e’ importante, oggi come allora, in un mondo dove lo status di profugo e’ spesso demonizzato. “Tutti conoscono l’immane tragedia che colpi’ gli ebrei europei durante la guerra e che negli anni successivi molti sopravvissuti sono riusciti con successo a ricostruirsi una vita. Ma qual’e’ il senso di questo strabiliante risultato? Esiste un anello mancante nella storia dei sopravvissuti, tra il momento della liberazione e la ripresa di una vita più o meno normale”, ha scritto un altro dei “bambini di Grugliasco”, Robert Eli Rubinstein, in “The Italian Renaissance”, un libro dedicato al viaggio della sua famiglia, dall’Olocausto al Canada, passando per il Piemonte. Robert, che e’ nato a Torino, osserva che in Italia, i suoi genitori  “sono rinati”: come “in una casa di cura involontaria” dove hanno avuto modo di trascorrere “un periodo di convalescenza al termine di sofferenze terribili”.

Il prof. Tannenbaum

Il prof. Tannenbaum

ONUITALIA ha raggiunto Peter Tannenbaum a Santa Barbara in California: “Mia madre Anczi aveva 21 anni, mio padre 28. A Grugliasco vivevano con altri profughi dall’Ungheria. Erano tutti amici. I miei genitori amavano raccontarmi di quel periodo, di come era bello, che c’era un grande parco dove mia madre mi portava in giro in passeggino. Degli anni di Grugliasco, degli italiani che avevano conosciuto li’, hanno sempre conservato sempre bellissimi ricordi. Fu, nella loro vita, un periodo buono, soprattutto in confronto a quello che avevano passato”.

Il professor Tannenbaum ha mandato a ONUITALIA alcune foto dell’estate 1947-1948 che mostrano la vita nel campo: “Quel che mi dicono queste immagini e’ che, dopo gli orrori dell’Olocausto,  Grugliasco era la sicurezza, nulla a che vedere con quello che ci mostrano le foto di un campo profughi oggi”.

I bambini di Grugliasco

I bambini di Grugliasco

Robert Rubinstein, sulla scorta del racconto dei genitori e in particolare della madre Judith, descrive nel suo libro la vita nel campo: “La popolazione superava di gran lunga il numero delle persone che i padiglioni potevano ospitare. Nelle stanze da letto, pensate per accogliere quattro pazienti psichiatriche, ora dovevano alloggiare sette coppie sposate. Ogni sospiro, ogni gemito era facilmente udibile da tutti”. Ogni giorno l’UNRRA consegnava razioni di cibo. L’alimento base era la pasta a cui si andava ad aggiungere del soffice pane bianco, tanto amato dagli americani. Agli europei, abituati alla segale, questo pane sembrava cartone.  L’Italia dopo la Liberazione, era in ginocchio e ai profughi di Grugliasco fu fatto capire che non avrebbero potuto cercare alcun tipo di occupazione all’esterno del campo.

Nel 2000, in vacanza in Italia con la moglie Sarah, il professor Tannenbaum e’ tornato a cercare il luogo dove da bambino aveva giocato con una decina di coetanei, figli di rifugiati come lui.

Grugliasco, il cancello del Campo 17 nel 2000

Grugliasco, il cancello del Campo 17 nel 2000

L’edificio del campo UNRRA numero 17, un ex manicomio femminile, dopo la guerra e’ tornato ad essere asilo per malati di mente, poi, una volta chiusi questo tipo di ospedali, e’ stato occupato nuovamente da profughi, stavolta albanesi e rumeni. Ormai inglobato nell’hinterland torinese, il complesso inaugurato negli Anni Trenta da Re Vittorio Emanuele IIII era difficile da trovare, sconosciuto ai giovani poliziotti a cui la coppia di americani aveva chiesto informazioni. Solo rivolgendosi a un loro collega, un poliziotto anziano, i Tannenbaum hanno trovato la strada. Il matematico e’ rimasto sorpreso a sapere che una sua foto da bambino e’ finita in una mostra all’ONU. “Effettivamente sono io. Mio padre non mi aveva mai parlato di questa lettera. E’ incredibile che un documento così sia sopravvissuto e sia finito in una mostra al Palazzo di Vetro”.

Per favore zio presidente...

Per favore zio presidente…

Nella lettera, suo padre era andato alla fonte: aveva scritto a Pierce Williams, l’americano direttore dell’UNRRA che solo un anno prima aveva messo in guardia di un problema enorme in un continente ferito: in una pubblicazione realizzata nel 1946 dalla Russell Sage Foundation di New York per fornire alle Nazioni Unite informazioni utili in vista di un possibile intervento, Williams aveva avvertito che “in paesi così terribilmente minati dal collasso delle economie e ancora così indebolite spiritualmente dalle influenze nihilistiche del Nazismo e del Fascismo, il fallimento nell’affrontare in maniera costruttiva il problema dei rifugiati e dei profughi si potrebbe rivelare fatale per la ricostruzione morale, politica e spirituale dell’Europa”.

Il Campo numero 17 dell’organizzazione a Grugliasco era uno dei tanti in Italia dove rifugiati ebrei sopravvissuti ai lager o, come nel caso dei Tannenbaum, nascondendosi ai Nazisti in cantine, soffitte e o nelle campagne, venivano smistati ed accolti. Nella busta, il giovane padre aveva messo la foto del primogenito, nato dopo la fuga dall’Ungheria, per cui voleva un futuro migliore. “Per favore zio presidente, mandami un affidavit, per diventare un buon americano. Peter”, e’ scritto sul retro della foto.

Miklos Tannenbaum e Peter a Grugliasco nel 1948 (cortesia P. Tannenbaum)

Miklos Tannenbaum e Peter a Grugliasco nel 1948 (cortesia P. Tannenbaum)

La lettera evoca orrori di allora non troppo dissimili da quelli che oggi in certe parti del globo, in Medioriente, Africa, Asia, la stessa vecchia Europa, stanno vivendo 60 milioni di persone in fuga, per la meta’ bambini. “Non mi restano parenti vivi. Sono costretto a mandare il mio SOS a tutto il mondo nella speranza che sia raccolto da un’anima nobile. Puo’ immaginarsi, signore, quanto sia difficile agire così, ma questo le può mostrare che ormai abbiamo perso ogni risorsa”, scrive Tannenbaum padre, chiedendo al capo dell’UNRRA di dare l’opportunità a “una giovane coppia di sperare in una nuova vita”.  E ancora: “Mia moglie e io abbiamo sofferto le pene dell’inferno durante il regime di Hitler e ora abbiamo un bambino”.

Williams rispose a stretto giro di posta dando al rifugiato poche speranze: “Essere ebreo potrebbe aiutare”, pero’ gli Stati Uniti avevano quote di immigrazione e quelle per l’Ungheria erano basse.

Peter a Grugliasco (cortesia famiglia Tannenbaum)

Peter a Grugliasco (cortesia famiglia Tannenbaum)

I Tannenbaum, che alla Shoah erano sopravvissuti nascosti in una cantina di Budapest, non riuscirono ad ottenere il visto. Quando Peter aveva quattro anni lasciarono Grugliasco per l’Uruguay, paese che, dopo Argentina, Brasile e Cile, ospita la più grande comunità ebraica in America Latina. “Ho vissuto a Montevideo fino a 18 anni, poi sono venuto a studiare negli Usa e ci sono rimasto, con un posto all’università'”. Una sorella più giovane di Peter e’ invece emigrata in Israele ed e’ li’ che Miklos e Anczi sono andati a vivere nel 1979 e dove sono morti, lei nel 2001, lui nel 2004 a 87 anni,  “dopo una vita piena, felice, di successo, due figli e nove nipoti”, ha detto il figlio.

Miklos, che in Uruguay aveva un’agenzia di viaggi, torno’ più volte in Ungheria e anche in Italia, ma solo in visita. Non penso’ mai di stabilirsi li’.  “Mio padre – ha detto Peter – sarebbe stato commosso a sapere che una sua lettera e’ finita in una mostra delle Nazioni Unite”.

Gelati a Grugliasco 1947-1948 (famiglia Tannenbaum)

Gelati a Grugliasco 1947-1948 (famiglia Tannenbaum)

La UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) che gestiva campi per rifugiati come quello di Grugliasco ebbe un ruolo importante nell’aiutare chi non aveva più casa o patria dopo la Seconda Guerra mondiale a tornare nei loro Paesi o a trovare un nuovo destino in Palestina o oltreoceano. Nel 1949 venne smobilitata. Le sue funzioni Onu furono successivamente trasferite a parecchie agenzie internazionali come la International Refugee Organization, poi UNHCR, e l’OMS.

 

Ban Ki moon in visita alla mostra

Ban Ki moon in visita alla mostra

A New York, visitando la mostra, il Segretario generale Ban ki moon, lui stesso un bambino profugo durante la guerra di Corea, ha mostrato particolare interesse per la foto del piccolo Tannenbaum e della sua famiglia: “Anch’io  mi sono trovato a sei anni in un luogo da cui non c’era altro che scappare. Se fossi stato ‘fortunato’, sarei stato anch’io in uno di questi scatti”.

Ban Ki moon aveva sei anni quando, nel 1950, ha visto il suo mondo “andare letteralmente in fumo”, il suo villaggio bombardato, con lo scoppio della Guerra di Corea. Ban ricorda la fuga nelle montagne, il fango sotto le scarpe, per trovare rifugio con i genitori nella casa dei nonni. Sia Peter Tannenbaum che Robert Rubinstein erano troppo piccoli per avere sprazzi di ricordi di Grugliasco, dell’esperienza italiana che ha “ridato la vita” ai loro genitori dopo l’Olocausto. Oggi, anche in Italia, sono sempre meno quanti ricordano cosa accadde nel Campo 17 di Grugliasco così come in altri centri simili, ma non solo per l’inevitabile, progressiva scomparsa di chi può sapere. Nel suo libro del 2010, Rubinstein esamina “il curioso fenomeno” di una “amnesia collettiva” che ha fatto cancellare agli italiani la memoria di quei migliaia di profughi ebrei che trovarono temporaneo asilo in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il campo di concentramento di Fossoli di Carpi

Il campo di concentramento di Fossoli di Carpi

E’ una amnesia parallela a quella che sta facendo cadere in rovina campi di concentramento italiani come quello di Fossoli vicino a Modena, in cui Primo Levi passo’ i primi mesi della sua prigionia prima di essere deportato a Auschwitz. Qualche settimana fa il complesso alle porte di Carpi e’ stato incluso dal World Monument Fund di New York nella sua “top 50 2016” dei monumenti mondiali da salvare.

Fossoli , un edificio vicino all'ingresso in una foto del 2012

Fossoli , un edificio vicino all’ingresso del campo in una foto del 2012

Tra 1939 e 1943 furono costruite centinaia queste strutture, poche delle quali, con l’eccezione di San Sabba vicino a Trieste, oggi restano in piedi. La ragione, secondo l’organizzazione americana, e’ “una forma di negazionismo di un capitolo quasi dimenticato del recente passato italiano”. L’obiettivo della lista e’ di puntare i riflettori di questa realta’ storica “che sta svanendo dalla memoria” del Paese: ulteriori ricerche su Fossoli e altri siti sono necessarie, nella speranza che diventino “luoghi protetti della coscienza”. (@alebal, 3 novembre 2015)

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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