Ultime notizie
Stampa Articolo Stampa Articolo

Bustreo (Oms): “Ancora molto da fare per la mortalità materna”

Flavia Bustreo

(di Nerina Stolfi)

ROMA, 12 NOVEMBRE – Nel mondo 300mila donne muoiono ogni anno per gravidanza. Negli ultimi 25 anni la mortalità materna per cause legate all’avere un bambino si è dimezzata, ma ancora oggi ci sono 303mila decessi per complicazioni che si verificano in gestazione o meno di sei settimane dopo il parto. Lo afferma un rapporto di Oms, Unicef, Onu e Banca Mondiale presentato giovedì 12 novembre e pubblicato su Lancet.

L’Italia è nella top ten mondiale dei paesi con i più bassi tassi di mortalità materna, ma nel mondo c’è dunque ancora molta strada da fare per raggiungere il traguardo di ridurre questi drammatico indice di almeno il 70% entro il 2030, e perseguire gli obiettivi della nuova Strategia Globale per la Salute delle donne, dei bambini e degli adolescenti.

A darne l’annuncio giovedì mattina all’Istituto Superiore di Sanità di Roma, è stata Flavia Bustreo, vice direttore generale del Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, che ha sede a Ginevra, presentando il nuovo Rapporto Globale sulla Mortalità Materna dell’OMS.

-Flavia Bustreo, leggendo i dati del Rapporto, l’Italia nel giro di un secolo ha fatto passi da gigante. La mortalità materna, al contrario, è ancora oggi molto diffusa nel mondo sottosviluppato. L’obiettivo che l’Oms si pone (ridurre la mortalità materna di almeno il 70% entro il 2030) è molto ambizioso. Quali sono i mezzi e le strategie che l’Organizzazione si è data per raggiungerlo?

“L’obiettivo di sviluppo è stato sin dall’inizio sicuramente molto ambizioso perché prevedeva la riduzione del 75% delle morti materne dal 1990 al 2015. Quello che invece abbiamo visto è che la riduzione è stata di meno del 50% e siamo passati da circa 520 mila morti materne nel 1990 a circa 300mila nelle ultime stime del 2015. È un bicchiere mezzo vuoto ma anche mezzo pieno perché questo significa ovviamente che ogni anno sono state salvate delle vite preziose, ma non è stato fatto abbastanza.

Bisogna necessariamente fare di più. Innanzitutto capire quali sono le cause di questa mortalità, legate soprattutto al momento del parto, all’attenzione dedicata alla donna e al neonato. Nei paesi sottosviluppati c’è bisogno soprattutto di personale sanitario qualificato che abbia le capacità di riconoscere le principali complicazioni del parto.

Però abbiamo anche visto che l’approccio legato solo ai servizi sanitari non è sufficiente. In molti paesi servono infatti investimenti sull’educazione, sull’empowerment e sull’emancipazione delle donne in grado di prendere delle decisioni e di comprendere la propria salute e quella del bambino. In Nigeria ad esempio, dove il livello di mortalità è ancora molto alto, la decisione di accedere al servizio sanitario è presa dalle suocere o dal marito.

I dati presentati oggi sono la conferma che il progresso è stato solo parziale, ma anche che l’Italia è un Paese virtuoso. Proprio per questo stiamo in questi giorni cercando di valutare con le istituzioni italiane quali iniziative può prendere il Paese per fare di più sul campo visto che abbiamo a disposizione elevate conoscenze e capacità tecniche scientifiche.”

-L’Italia è già impegnata sul campo in diversi progetti nei paesi in via di sviluppo con vari soggetti, tra cui proprio l’Istituto superiore di sanità o le molte Ong. Che cosa si può fare di più?

CToIiHnWoAAuFWd“L’Italia, come già detto, ha delle conoscenze scientifiche eccezionali che, come abbiamo visto dal nostro approccio del diritto alla salute, della prevenzione attraverso un sistema sanitario nazionale che dà accesso a tutte le persone in maniera indiscriminata, hanno dato risultati eccezionali sulla salute della donna e del bambino. Queste conoscenze, questo saper fare, può essere messo a disposizione di altri paesi più arretrati non soltanto da parte del governo, ma anche proprio dall’Istituto di Sanità, dalle nostre grosse università e dalle diverse Ong che si danno molto da fare.

Quello che l’Italia invece ancora non ha fatto è mettere a sistema queste capacità, utilizzando al meglio gli investimenti che sta facendo, attraverso soprattutto la Cooperazione allo sviluppo e i vari istituti. Le risorse cioè non sono raccolte in un’iniziativa di grande respiro che assicuri l’impatto desiderato.

Quello che ci domandiamo e su cui stiamo discutendo è proprio questo: quando l’Italia guiderà il G7 ci saranno la possibilità, la volontà e l’interesse da parte del governo di creare qualcosa di particolare che si focalizzi sulla salute delle donne, sui diritti e sull’impatto del cambiamento climatico? Io credo che l’Italia può e deve fare di più.”

-Secondo il rapporto dell’Oms sull’invecchiamento e la salute, di cui lei si è occupata diffusamente, il numero di persone anziane supererà quello dei bambini al di sotto dei 5 anni entro il 2020. Dati inquietanti che comporteranno enormi oneri sociali, sanitari ed economici per tutti i paesi. Cosa si può fare per invertire questo trend?

“Partendo dai dati, l’Italia, grazie ad alcuni fattori che hanno contribuito a raggiungere un’alta qualità di vita, si attesta al secondo posto per popolazione più anziana al mondo: il 21,4% dei cittadini è over65 e il 6,4% è over80, seconda solo al Giappone, e medaglia d’oro d’Europa seguita da Germania e Portogallo.

Da un lato questo è positivo, dall’altro dimostra che c’è stata una riduzione della nostra fertilità perché da diversi anni siamo al di sotto del 2% che è la quota per il mantenimento del numero della popolazione. L’Italia dovrebbe quindi avere una maggiore attenzione verso la donna, dedicando ad esempio un ruolo primario all’accesso al lavoro da parte di donne in gravidanza. In questo stiamo ancora faticando.

Per quanto riguarda i dati globali, per invertire il trend bisognerà fare una serie di interventi partendo da investimenti sulla prevenzione delle malattie e quindi puntando su uno stile di vita sano, garantendo delle politiche che consentano alle persone anziane di continuare ad essere partecipi attivi nella società, e, fondamentale, che i sistemi sanitari siano allineati con le esigenze degli anziani.”

-Le grandi migrazioni bibliche a cui stiamo assistendo modificheranno a sui avviso i dati descritti nel rapporto?

“Questo dipenderà moltissimo ad esempio da come saranno accolti e dall’accesso ai sistemi sanitari. Sicuramente le migrazioni sono da sempre una fonte costante di rinnovamento della popolazione grazie alle nuove generazioni che nascono e si insediano in un determinato paese. Ma per questo bisognerà aspettare e vedere nei prossimi anni come il fenomeno si svilupperà e soprattutto come verrà gestito.”

(NS, 12 novembre 2015)

The following two tabs change content below.

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

Stampa Articolo Stampa Articolo
About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts