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Immigrazione e sviluppo: una riflessione di Nino Sergi su migrazioni e accordi territoriali

Nino Sergi: le comunità immigrate, i territori, il co-sviluppo

(Di Nino Sergi**)

ROMA, 3 DICEMBRE – Nel mondo vi sono 232 milioni di migranti internazionali (2013), pari a circa il 3% della popolazione mondiale. Sono numeri destinati a crescere. Soffermiamoci sul continente africano, quello più vicino a noi.

Stando alle proiezioni (2013) del Word Population Prospect dell’ONU, nel 2050 la sua popolazione passerà dagli attuali 1,1 miliardi di persone a 2,4 miliardi. La Nigeria, con 440 milioni rispetto agli attuali 180, sarà il terzo paese più popoloso al mondo, superando gli Stati Uniti (oggi 325 milioni); l’Etiopia arriverà a 188 milioni, pari a più di un terzo della popolazione UE, e così via. Circa metà della crescita mondiale sarà in Africa. Nel 2050, potrebbe aver così raddoppiato la popolazione attiva, quella tra i 14 e i 65 anni, determinando un probabile bacino di 700 milioni di persone in età lavorativa. Nonostante la crescita economica, mediamente pari al 5% annuo del PIL, l’ampia parte di queste persone rimarrà alla ricerca, talvolta disperata, di un lavoro o di una sua maggiore stabilizzazione, in paesi in cui la ricchezza è in mano a pochi e permangono ampie sacche di povertà, ove si vive con appena un euro al giorno.

L’Africa deve quindi offrire nuove opportunità di lavoro in modo diffuso, altrimenti la migrazione di decine di milioni di persone verso paesi africani economicamente più forti o verso l’Europa sarà inevitabile. Mi limito qui ai soli dati demografici, senza considerare le possibili conseguenze dei cambiamenti climatici e dei conflitti.

Creare occupazione in Africa diventa un’assoluta priorità. In questo, anche la cooperazione allo sviluppo può assumere un ruolo decisivo investendo in educazione, formazione, protezione sociale, riconoscimento dei diritti umani e di partecipazione democratica e soprattutto lavoro, occupazione stabile e reddito dignitoso. Gli investimenti pubblici e privati e la creazione di imprese, seguendo criteri di ampia sostenibilità, possono assicurare occupazione e sviluppo. È una sfida che il settore privato dovrà riuscire a cogliere, anche nel proprio interesse, per un grande piano di cooperazione con l’Africa per i prossimi decenni.

Le comunità immigrate, i territori, il co-sviluppo

Da anni, a livello di Nazioni Unite ed altre sedi internazionali si è fatta strada l’idea che gli stessi immigrati possano rappresentare un importante fattore di sviluppo per i loro paesi di origine. Con le rimesse e con altri aiuti alle famiglie rimaste in patria alleviano la povertà; migliorano l’educazione e la salute; avviano attività che accrescono i commerci locali e l’occupazione; con le conoscenze e competenze acquisite stimolano l’innovazione e rafforzano la presa di coscienza dei diritti umani e sociali; contribuiscono al superamento delle vulnerabilità e ad una maggiore resilienza di fronte alle crisi economiche e ambientali. In questo senso gli immigrati sono veri attori di sviluppo. Pur essendoci interessanti esempi di dinamismo transnazionale di alcune comunità immigrate, non è invece ancora sufficientemente approfondito il ruolo che gli immigrati possono avere nelle politiche e nei programmi di cooperazione allo sviluppo dei paesi in cui risiedono, come l’Italia, da realizzarsi con i paesi di origine.

Partendo dalle novità introdotte dalla nuova legge 125/2014 sulla cooperazione allo sviluppo e facendo tesoro dell’esperienza passata, emerge con evidenza un approccio che poggia su due pilastri complementari. Da un lato il concetto di co-sviluppo, inteso come frutto di una cooperazione che, anche quando è dono, si basa su rapporti di parità, reciprocità di interessi e di benefici. È il co-sviluppo che può guidarci verso azioni efficaci di cooperazione coinvolgenti gli stessi immigrati residenti in Italia, in un cammino di partenariato con i paesi e le regioni da cui provengono. Dall’altro la realtà territoriale come dimensione più appropriata: quella delle città e regioni dove risiedono le comunità immigrate, dove si sono organizzate, radicate, hanno stabilito rapporti con le istituzioni e le organizzazioni sociali e produttive, hanno costruito famiglia, interessi, business, continuando al contempo a mantenere legami vivi con le realtà di origine.

Dal transnazionalismo degli immigrati agli accordi transnazionali dei territori 

È il transnazionalismo di questi immigrati che deve essere valorizzato, la loro capacità di essere, di vivere e di sentirsi radicati qui e lì, concependo la globalizzazione innanzitutto come multilocalismo, con l’arricchente assunzione di identità plurime. Partendo da questa dimensione transnazionale e dal protagonismo dimostrato da alcune comunità immigrate nell’avvio di partenariati transnazionali, possono essere individuati percorsi di co-sviluppo aperti all’intera dimensione territoriale nelle due realtà transnazionali, quelle italiana e quella della regione di provenienza, coinvolgendo ogni attore potenzialmente interessato. Se in una regione è fortemente presente e radicata, per esempio, una comunità marocchina (o senegalese o egiziana o ecuadoriana …) che negli anni ha mantenuto rapporti con la regione di origine, un’ampia cooperazione tra le due regioni, qui e lì, non è solo possibile ma è anche una reciproca opportunità, da non sottovalutare. Il transnazionalismo degli immigrati può e deve diventare l’occasione per un transnazionalismo dei territori capace di costruire relazioni di partenariato negli ambiti di reciproco interesse: sociale, culturale, economico, commerciale, istituzionale.

Non solo quindi tra immigrati residenti e comunità di origine, ma anche tra organizzazioni dei due territori, tra università e università, cooperative e cooperative, tra associazioni di impresa e tra imprese, tra istituti di credito, tra realtà sociali, sindacali, culturali, professionali e così via, per un co-sviluppo vero, duraturo, a reciproco beneficio, alla cui base ci siano i principi e l’etica della cooperazione, del partenariato, dei diritti umani, della giustizia, insieme ai reciproci legittimi interessi e vantaggi, anche a garanzia della continuità del rapporto di partenariato.

Rafforzare il nesso tra migrazione e sviluppo è possibile e auspicabile. Occorre però rendere coerenti le politiche dell’immigrazione con quelle della cooperazione internazionale allo sviluppo. La scarsa considerazione che spesso si ha dei paesi economicamente meno avanzati da cui provengono gli immigrati, la rappresentazione poco benevola e talvolta xenofoba dell’immigrazione, le difficoltà nell’accoglienza e nell’integrazione, a partire dal riconoscimento dei diritti, sono purtroppo segnali che contraddicono gli sforzi per rafforzare il nesso tra migrazioni e sviluppo, come voluto dal legislatore in Italia e come deliberato nelle sedi europee e internazionali.

Dovranno quindi essere gradualmente approfondite, rivisitate e rese coerenti le normative e le modalità di attuazione in materia di integrazione, di diritti di cittadinanza, di riconoscimento dei titoli di studio, di valorizzazione delle professionalità, di migrazione circolare non episodica, cioè di una mobilità con rientri in patria e reingresso in Italia, favorendo quindi le visite di ritorno di quegli immigrati che hanno saputo valorizzare la propria transnazionalità, anche al fine di trasmetterla nel territori di riferimento, aprendoli e arricchendoli.

**Nino Sergi, presidente emerito INTERSOS e policy advisor di LINK 2007

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts