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Geddo (Unhcr) a OnuItalia: in Iraq, come in Siria, si gioca destino della pace globale

Il rappresentante dell'UNHCR a Baghdad: "In centinaia di migliaia fuggiranno dalla guerra nei prossimi mesi, prepariamoci ad aggravamento prima di una svolta"

Bruno Geddo, rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a Baghdad

(di Francesca Morandi) BRUXELLES, 20 GENNAIO- “Il conflitto in Iraq è l’equazione da risolvere più complessa al mondo, più della Siria, ed destinata a provocare nei prossimi mesi centinaia di migliaia di persone in fuga, che guardano anche all’Europa”. Lo spiega a OnuItalia.com, Bruno Geddo, rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a Baghdad, 57 anni, nato a Milano ma una vita trascorsa “faccia-a-faccia” con le più gravi crisi umanitarie del globo, tra Africa e Medio Oriente. “In Iraq si gioca il destino della pace nell’umanità”, continua Geddo, secondo il quale “la comunità internazionale si deve aspettare un peggioramento della situazione in Iraq, prima di vedere miglioramenti”.

I numeri forniti dall’Onu sull’emergenza umanitaria irachena sono impressionanti così come le atrocità commesse dallo Stato islamico (Isis): 18.802 civili uccisi, 36.245 feriti (tra il primo gennaio 2014 e il 31 ottobre 2015), 3,2 milioni di profughi interni all’Iraq, 900mila bambini addestrati militarmente dall’Isis ed educati all’estremismo religioso, la schiavitù sessuale, lapidazioni e amputazioni decretate da “corti” dello Stato islamico. Una crisi gravissima, nella quale i crimini commessi dall’Isis sono stati definiti “probabile genocidio” dal report delle Nazioni Unite diffuso ieri a Ginevra,  ma sulla quale ha anche pesato un abbassamento della guardia da parte della comunità internazionale in termini di fondi per gli aiuti umanitari.

Bruno Geddo, quali sono i principali problemi oggi in Iraq?

“Nel contingente i problemi più urgenti sono due: il primo è la gestione degli sfollati dopo la liberazione della città di Ramadi che l’esercito iracheno ha riconquistato lo scorso dicembre: in migliaia sono stati evacuati e necessitano assistenza. Una situazione destinata ad aggravarsi pesantemente a fronte dell’intensificarsi degli scontri previsti nelle città di Falluja, dove, si prevede, i civili in fuga saranno decine di migliaia, e di Mosul,  ‘madre di tutte le battaglie’, dalla quale si calcola, a scappare saranno in centinaia di migliaia. Il secondo problema per l’Iraq è la Siria, la cui crisi è entrata nel sesto anno. I profughi siriani affluiti in Iraq hanno oggi esaurito le loro risorse finanziarie e il 66% di loro vive al di fuori dei campi dell’UNHCR. Si sta cercando, quindi, di offrire loro aiuti minimi di sussistenza. Il nostro obiettivo è continuare a far vivere queste persone ma i mezzi inziano a essere limitati di fronte alla portata della crisi e al suo imminente aggravamento”. migrantiserbia[1]

Che cosa può fare la comunità internazionale?

“La comunità internazionale deve rendersi conto che la situazione in Iraq è destinata a peggiorare nel corso del 2016  perché gli scontri serrati nelle città di Falluja e Mosul, produrranno flussi di centinaia di migliaia di civili, ma poi potrebbe esserci una svolta. L’Iraq non deve essere dimenticato, non bisogna concentrarsi solo sulla Siria, il conflitto iracheno è cruciale e l’impegno umanitario va rinnovato al più presto”.

Qual è la situazione delle minoranze irachene, come cristiani, yazidi, shabak e turcomanni?

“In queste terre da 2000 anni vive la comunità assiro-caldea, che parla ancora l’aramaico, ed è sopravvissuta al tentativo di sterminio dell’Isis quando ha occupato Mosul, ma i traumi sono profondi, perché i crimini dell’Isis sono stati atroci. Quando li incontri nei campi, esprimono la totale mancanza di fiducia nel futuro dell’Iraq: sono convinti che non potranno mai più convivere con i loro vicini arabi, il loro desiderio è quello di migrare, e spesso guardano all’Europa”.

Bruno Geddo, rappresentante dell'UNHCR a Baghdad

Bruno Geddo, rappresentante dell’UNHCR a Baghdad

Che cos’altro è possibile fare per stabilizzare l’Iraq?

“Il sostegno al governo iracheno resta fondamentale anche se la politica in Iraq è molto complessa in quanto segnata da scontri tribali e fratture settarie. Il conflitto tra sciiti e sunniti è profondo ed è difficile ricomporre la fiducia. Ma oggi l’esercito iracheno sta mettendo in campo piani per riconquistare Falluja e poi Mosul. Bisogna continuare puntare sul futuro di un Iraq liberato. Dal canto suo, l’Europa deve capire che le migrazioni in atto sono un problema epocale che oltrepassa la capacità degli Stati di agire. L’Europa deve intervenire, in quanto ha un dovere morale, basato sulla sua cultura dei diritti umani, deve proteggere coloro che fuggono da guerre e da persecuzioni”.

(@francesmorandi, 20 gennaio 2016)

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Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

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About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts