Ultime notizie
Stampa Articolo Stampa Articolo

Chiara, italiana in Congo con l’UNHCR: “Ascolto chi fugge dalle guerre, ecco cosa dicono”

Chiara Cavalcanti con alcuni bambini in Congo (Foto di @FedericoScoppa)

KINSHASA (di Francesca Morandi), 22 GENNAIO – “Lavoro per l’UNHCR in Congo e ascolto le persone in fuga dalle guerre. Le loro storie sono tutte tragicamente simili: raccontano che sono scappati dal loro Paese, spesso di nascosto, quasi senza alcun bagaglio, perché minacciati da milizie che, nel caso del vicino Burundi, tentano di reclutare uomini e minacciano i sospetti oppositori”. A parlare è Chiara Cavalcanti, 30 anni, milanese, impegnata prima in Tunisia con la Cooperazione italiana e ora in Africa centrale, nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nella provincia di Kivu, teatro di tensioni tra fazioni Tutsi e Hutu, protagoniste del “genocidio in Ruanda”, uno dei più sanguinosi conflitti del XX secolo che ha provocato fino a un milione di morti (dati Human Rights Watch). “L’emergenza dei rifugiati solo in questa regione è molto grave – racconta Chiara  -, sono centinaia di migliaia le persone che scappano dai conflitti nei Paesi limitrofi, come Burundi e Ruanda. Le organizzazioni internazionali contribuiscono alla loro assistenza, ma si tratta di soluzioni temporanee”.

Ci racconta la storia di un rifugiato?

“Ricordo quella di Aline, 18 anni, scappata in Congo dal Burundi, da dove sono fuggite 21mila persone a causa delle violenze politiche scoppiate con le elezioni presidenziali. Aline studiava biochimica nella capitale Bujumbura, sognava di diventare infermiera o dottoressa, poi sono iniziate le persecuzioni che hanno distrutto il suo Paese:  per le strade girano bande armate, scuole e università sono praticamente chiuse, vivono in casa vita da reclusi per la paura. Quando il marito e la suocera sono stati uccisi, lei è fuggita. Si è imbarcata su un rudere di barca, stracolma di disperati, che in cinque ore, attraverso il lago Tanganica, l’ha portata in Congo. ‘Non c’è pace nel mio Paese e io non ho più un futuro’, ci ripeteva. Sono migliaia le storie come questa”.

 

Bombi a un campo per rifugiati in Congo (Foto @UNHCR/C.)

Bombi a un campo per rifugiati in Congo (Foto @UNHCR/C.)

Chiara, dove sta operando oggi?

“Attualmente lavoro per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) con il programma UNV (United Nations Volunteers) nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo Bakavu, nella provincia del Sud Kivu, dove l’UNHCR garantisce la protezione internazionale e l’assistenza ai rifugiati provenenti dai Paesi vicini, Burundi e Ruanda, promuovendo successivamente il loro rimpatrio volontario, se le condizioni lo consentono.  Sosteniamo inoltre le popolazioni locali, obbligate a spostarsi frequentemente per cercare riparo dalle violenze di conflitti e dalle violazioni dei diritti umani. Io mi occupo in particolare di redigere i rapporti delle attività che svolgiamo sul campo, inviati successivamente alla Rappresentanza regionale UNHCR di Kinshasa e  Ginevra.  Spesso accompagno le delegazioni che vengono dall’esterno, operatori umanitari o funzionari dell’UNHCR, a incontrare i rifugiati nei campi di assistenza o nei villaggi che li ospitano. Durante queste missioni parlo e ascolto i rifugiati, raccolgo testimonianze sulle loro condizioni di vita e su eventuali violazioni dei diritti umani per i report ufficiali ma anche per diffonderle presso l’opinione pubblica attraverso i social network delle Nazioni Unite.  L’opinione pubblica deve conoscere le loro storie”.

Quali sono i problemi che l’ONU sta affrontando in Congo?

“Sono molteplici e rappresentano sfide importanti: ristabilire la pace e la sicurezza, soddisfare i bisogni primari come la sicurezza alimentare, garantire l’accesso all’educazione, alle cure mediche, all’acqua potabile, supportare il processo elettorale previsto per il 2016 nel rispetto dei principi della democrazia”.

 Come i congolesi guardano all’Italia e all’impegno umanitario dell’Onu?

“Molti congolesi conoscono l’Italia grazie ai numerosi missionari, enti religiosi e ong italiane presenti sul territorio, la cui azione è preziosa in quanto rivolta al sostegno diretto dei bisogni primari della popolazione. Molti rifugiati guardano all’Europa come un mondo ideale dove ‘la gente ha tutto’. A seguito dell’indipendenza dal Belgio, raggiunta dal Congo nel 1960, il Paese ha visto il susseguirsi di molteplici missioni di pace delle Nazioni Unite. L’operazione di stabilizzazione  MONUSCO, che coinvolge 20.000 caschi blu, è la più grande in corso. L’impegno umanitario delle Nazioni Unite è oggetto di un dibattito pubblico in Congo, a volte con toni critici sui risultati non ancora ottenuti, nonostante le enormi risorse messe a disposizione, che sono comunque limitate di fronte a un Paese geograficamente vastissimo, che presenta sfide logistiche insormontabili”.

Foto @UNHCR/C.

Foto @UNHCR/C.

Ci racconta della sua esperienza per le Nazioni Unite in Tunisia?

“Ho trascorso l’intero 2014 a Tunisi presso l’Ufficio della Cooperazione allo sviluppo dell’Ambasciata Italiana, attraverso il programma UN/DESA Fellowship finanziato dal ministero degli Affari Esteri italiano. La Cooperazione italiana in Tunisia ha diversi progetti, che spaziano dal settore privato alla sanità all’ambiente, includendo il sostegno macroeconomico e la tutela dei beni culturali. All’interno dell’ufficio mi occupavo dei rapporti con l’Unione Europea, che ha molteplici piani di sviluppo che coinvolgono soggetti italiani (piccole imprese, centri di ricerca, università, enti locali, organizzazioni della società civile), attraverso lo strumento europeo per il vicinato e partenariato (ENPI) e il programma transfrontaliero Italia-Tunisia (ENPI CBC) oltre che i grandi progetti di cooperazione UE-Tunisia.  Tra questi il cosiddetto “sogno nel deserto” nella regione Rjim Maatoug, nel governatorato di Kebili, nel Sud della Tunisia, dove la Cooperazione italiana opera da oltre 20 anni su un progetto di riabilitazione di palmeti da dattero, per favorire le condizioni di vita degli abitanti di quest’area”. (@francesmorandi, 22 gennaio 2016)

The following two tabs change content below.

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

Stampa Articolo Stampa Articolo
About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts