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Domani è la giornata contro i bambini-soldato: Intersos la celebra con la storia di Wani

Foto di Ed Ou pubblicata su SETTE CORSERA, vincitrice del premio giornalistico internazionale ''Mario Luchetta ''. Un fenomeno, quello dei bambini soldato, ancora molto diffuso e non soltanto in Africa. Minacciati con la violenza e costretti a diventare soldati, i bambini sono più facili da reclutare: c?è chi combatte per vendetta (spesso il nemico ha ucciso i suoi genitori) chi per avere il potere e il ruolo sociale che altrimenti non avrebbe mai. In Somalia le forze militari contano su 70.000 combattenti e il numero dei bambini tra questi soldati è in costante crescita. ANSA / ED OU - getty images +++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY+++ +++FOTO DA USARE SOLO CON NOTIZIA PREMIO+++

124750031-163a380d-0143-42fd-8dc6-af48cd4647c3[1]ROMA, 11 febbraio – Il 12 febbraio si celebra, ogni anno, la Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato.
Negli ultimi anni, l’intensificarsi e l’inasprirsi dei conflitti nel mondo hanno esposto i bambini ad una incredibile violenza: vittime di abusi, rapimenti, torture, mutilazioni, vengono assoldati e indottrinati per diventare feroci assassini, a cui non viene lasciata più scelta. E la diffusione del fenomeno è allarmante. Centinaia di migliaia di casi continuano ad essere riportati in Afghanistan, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Yemen, Camerun, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Siria, Iraq.

Per ricordare a tutti il dramma dell’utilizzo dei minori nelle guerre, l’organizzazione umanitaria Intersos pubblica una sua intervsita a Wani, ‘nato’ bambino soldato e trasformatosi nel tempo in operatore umanitario. Una esperienza vissuta proprio nei paesi del centro Africa dove le guerre e le rivolte stanno facendo più vittime civili. Ecco il colloquio tra Wani e Intersos.
”Quanti anni hai? Dove hai trascorso l’infanzia?
Non conosco il giorno esatto della mia nascita, so che è avvenuta più o meno 30 anni fa. Mia mamma non ricordava la data, ma mi ha sempre raccontato che sono nato di domenica, in un giorno di pioggia, sotto un grande mogano che è ancora lì, nel campo di rifugiati in Repubblica Democratica del Congo, dove vivevano i miei genitori quando sono venuto alla luce. Entrambi erano rifugiati, mia mamma era ugandese, mio padre sud Sudanese. Quando mio padre ha avuto la possibilità di arruolarsi e quindi di avere un lavoro stabile, ci siamo trasferiti in Uganda: è qui che sono andato per la prima volta a scuola. Qualche anno dopo ci siamo trasferiti ancora, questa volta in Sud Sudan: appartengo ad una etnia diffusa in tre stati (Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan) e per questo non è difficile trovare sempre un parente, un lontano familiare che ti aiuta.
Come sei diventato un bambino soldato?
Avevo circa 8 anni quando un attacco aereo sul nostro villaggio ha sconvolto per sempre la mia esistenza: stavo giocando nel cortile di un vicino, con altri bambini, quando il villaggio è stato colpito. Sono corso a casa, dopo la fine dell’attacco: la mia famiglia non c’era più, erano fuggiti per salvarsi, la casa era distrutta. Ero solo, non avevo più niente e nessuno.
Una milizia ribelle ha raggiunto il villaggio pochi giorni dopo. Mi sentivo perduto, terribilmente spaventato senza la mia famiglia: quali possibilità avrei avuto di sopravvivere? È così che sono entrato a far parte della milizia del comandante John (nome di fantasia, ndr), per sopravvivere. Come me, ho visto tanti altri bambini diventare soldati, credendo alla promessa di ricevere un’istruzione, di essere protetti, di diventare potenti e rispettati. I bambini più piccoli si occupavano di portare l’acqua, i rifornimenti, di pulire l’accampamento, di cucinare: fino ai 10 anni non ci facevano combattere né impugnare le armi, ma crescevamo con l’idea che l’obiettivo delle nostre vite fosse colpire a morte il nemico, quello che aveva bruciato le nostre case e ammazzato le nostre famiglie.
Dopo due anni di addestramento, il condizionamento psicologico era totale: quando ho avuto la possibilità di fuggire e ritrovare la mia famiglia, non l’ho fatto perché il legame distorto che avevo creato con la milizia era più forte del ricordo della mia famiglia. Avevo imparato le tecniche militari, maneggiavo perfettamente le armi e finalmente potevo combattere, uccidere il nemico, diventare un uomo. Mi sentivo fiero, invincibile.
uganda-bambini-soldato[1]Come sei riuscito a salvarti?
È stato per caso: fuggendo durante un attacco, ho perso i miei compagni della milizia nella boscaglia. Inaspettatamente ero “libero” e di nuovo solo. Ho scelto di cercare la mia famiglia, sono tornato in Uganda. Sono riuscito a riprendere gli studi, ma il reinserimento è stato difficile: avevo perso le mie certezze, la sicurezza e il potere a cui le armi e la vita militare mi avevano abituato, cercavo un senso di appartenenza che non trovavo nella vita fuori dalla milizia. Ma più andavo a scuola e imparavo, più realizzavo che la vita militare non aveva nulla a che fare con i valori in cui volevo credere, non dava rispetto, né potere, né giustizia. Così mi sono impegnato a superare quei ricordi e sono riuscito a laurearmi.
Cosa fai adesso?
Dopo la laurea ho iniziato a collaborare con ONG internazionali che si occupano di bambini nei contesti di conflitto e a novembre 2015 ho cominciato a lavorare per INTERSOS, l’organizzazione umanitaria italiana. Sono il responsabile di un progetto di protezione e tutela di bambini vittime di violenza in Somalia.
Come influisce il tuo passato nel tuo lavoro?
So quello che hanno affrontato quei bambini: molti hanno avuto esperienze simili alla mia, conosco le sensazioni, le emozioni e i traumi che si porteranno dietro per il resto della loro vita. Tutto questo lo traduco nelle attività del progetto, coinvolgendo le famiglie e le comunità, per alleviare la sofferenza e facilitare il reinserimento dei bambini.
Hai un ricordo degli anni nella milizia di cui non riesci a liberarti?
Non ho molti ricordi di quegli anni: credo di averli rimossi. Una cosa c’è però, a cui penso spesso: una promessa infranta.
Avevo un amico nella milizia, avevamo la stessa età: era un fratello per me. Ci eravamo promessi che chi dei due fosse sopravvissuto avrebbe riportato a casa il corpo dell’altro per seppellirlo. Ma io quella promessa non sono riuscito a mantenerla: è stato colpito da una granata, non aveva nemmeno 15 anni; del suo corpo non è rimasta che cenere”.

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts

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  1. Zerrougui: “We failed to protect child soldiers”. Italian MFA: “Children remain children” | ItalyUN

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