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Lo scienziato Raviglione (OMS) a OnuItalia.com: la tubercolosi non è sconfitta, neppure in Europa

Direttore del programma globale contro la Tbc: In Italia abbiamo centri di eccellenza come l'Università di Brescia, l’Ospedale San Raffaele di Milano e lo Spallanzani di Roma

Lo scienziato Mario Raviglione, Direttore del programma globale contro la tubercolosi presso l’OMS

MILANO, 16 MARZO – (di Francesca Morandi) – “La tubercolosi è una malattia globale che esiste in ogni Paese del mondo, anche il più ricco, dove però colpisce i poveri e i più deboli. Oggi anche l’Europa è esposta a una possibile recrudescenza di questa malattia”. A parlare è lo scienziato italiano Mario Raviglione, Direttore del programma globale contro la tubercolosi presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove dal 1991 combatte questa patologia ritenuta, a torto, da molti una piaga del passato ma che, in realtà, colpisce tutt’oggi 9.6 milioni di persone.

Originario del Biellese, professore presso atenei di fama internazionale come Harvard e la Johns Hopkins University,  Raviglione spiega come la “Tbc sia la malattia dei poveri”, in quanto il fattore dell’indigenza, che si lega a malnutrizione, condizioni igieniche precarie e al sovraffollamento degli ambienti, favorisce il contagio, che avviene tramite le vie respiratorie. Tuttavia, esiste una casistica di incidenza della tubercolosi che coinvolge persone tutt’altro che disagiate, evidenzia il medico italiano citando due calciatori famosi colpiti dalla Tbc, come Roberto Bettega, ex attaccante della Juve, e il brasiliano Thiago de Silva, ammalatosi a Mosca quando giocava nella Dinamo.

Dott. Raviglione, negli ultimi vent’anni enormi progressi sono stati fatti per debellare la tubercolosi: sono 43 milioni le vite salvate tra il 2000 e il 2014, la mortalità è scesa del 47% e i casi di malattia sono calati del 42% rispetto al 1990. Oggi quali sono gli obiettivi dell’OMS?

“Gli ‘Obiettivi del Millennio 2015’ (Millenium Development Goals – MDGs), che includevano la lotta a questa patologia, sono stati raggiunti. Essi prevedevano un’inversione di tendenza rispetto all’ascesa che era avvenuta negli Anni Novanta, legata soprattutto all’Africa e all’ex Unione Sovietica. L’abbassamento dell’incidenza della Tbc è stata raggiunta nel 2003 e da questo anno in poi si registra un tasso di riduzione della tubercolosi che si attesta all’1.5% all’anno. I nuovi ‘Obiettivi per lo Sviluppo sostenibile’ (Sustainable Development Goals – SDG) dell’ONU per il 2030 sono molto più ambiziosi perché mirano ad accelerare la tendenza al ribasso al fine di ottenere una riduzione dell’incidenza della Tbc dell’80% e del 90% della mortalità. Si vuole, inoltre, fare in modo che i pazienti affetti da questa patologia abbiano “Zero spese catastrofiche”, un termine tecnico con il quale si definisce il contenimeno dell’impatto in termini economici di questa malattia sulla vita di chi ne è colpito. Sebbene il costo per curare un paziente affetto da tubercolosi nella sua forma “normale” (diversa da quella multi-resistente. ndr) sia oggi quasi universalmente limitato, il paziente deve necessariamente sottoporsi a un trattamento che dura sei mesi. Un arco di tempo lungo che costringe l’individuo a sospendere il proprio lavoro, di cui rischia la perdita. Nel caso in cui si tratti di un padre di famiglia mono-reddito, sono immaginabili le ricadute sulla sussistenza dell’intero nucleo famigliare. Tutele come l’accesso alla cura con minor costo possibile e la protezione sociale sono dunque necessarie per una malattia che colpisce i più poveri tra i poveri. L’OMS ha sviluppato una nuova strategia globale – “End TB” – con questi obiettivi ambiziosi, approvata da tutti i ministri della salute al mondo nel 2014, e che stiamo ora diffondendo sostenendo tecnicamente i Paesi nella sua messa in atto”.

Lo scienziato italiano Mario Raviglione (OMS)

Lo scienziato italiano Mario Raviglione (OMS)

La Tbc è considerata da molti una malattia oggi sconfitta in Occidente e diffusa solo nei Paesi poveri. Come stanno realmente le cose?

“Senza dubbio ci sono Paesi dove l’incidenza della malattia è più alta, i primi cinque sono India (dove si registra ¼ dei casi al mondo), Cina (10%), Indonesia (10%), Nigeria (5%) e Pakistan (5%). Il 95% dei casi di Tbc coinvolge le popolazioni povere, tuttavia ci sono gruppi a rischio in ogni Stato del mondo, anche il più ricco. I maggiormente esposti sono persone già con una immunità compromessa, come gli affetti da HIV, oppure i carcerati e gli immigrati, che vivono i situazioni di sovraffollamento abitativo e spesso malnutriti. In Italia un terzo dei casi di Tbc è tra gli immigrati”.

In un’intervista Lei ha affermato che a fronte dei flussi migratori la tubercolosi potrebbe tornare a essere endemica in Europa nei prossimi decenni… il suo è un allarme? Qual è il suo messaggio?

“No, il mio non è un allarme, e chiarisco che ogni strumentalizzazione di stampo razzista o xenofobico è deprecabile e del tutto inutile. Bisogna guardare ai dati e mettere in atto strategie preventive. In Nord Europa, dove l’immigrazione è stata intensa negli ultimi decenni, ad esempio, in Svezia si rileva che gli svedesi autoctoni hanno quasi debellato la Tbc e che l’80% dei casi attualmente diagnosticati sono immigrati recenti. Tali statistiche si riscontrano anche in Usa e Canda. E’ allora evidente che nel contesto europeo attuale, di flussi migratori molto marcati, l’Europa deve essere pronta a dare risposte precise, che siano eticamente corrette e che forniscano il necessario sostengo ad ogni persona a rischio”.

Quali per esempio?

“Innanzitutto interventi sanitari in materia di medicina dell’immigrazione come screening preventivi a chi arriva da noi e, se necessario, chemio-profilassi, sempre accompagnati da sostegno generale alla persona che deve stare al centro di ogni intervento. L’OMS tiene gli occhi aperti e di queste questioni parleremo a Catania nel corso di un imminente convegno che coinvolgerà i Paesi del Sud del Mediterraneo allo scopo di elaborare strategie internazionali di contenimento della Tbc. Analizzando i flussi, si rileva che molti dei migranti che raggiungono l’Europa provengono da Stati come l’Iraq e la Siria, dove tradizionalmente la Tbc è presente molto meno frequente di altri Paesi a basso reddito”.

In Italia possiamo stare tranquilli?

“Ribadendo che ogni allarmismo oggi è da condannare, nel nostro Paese ci sono strutture di eccellenza specializzate nel contrasto alla Tbc con i quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità collabora in maniera molto proficua. Penso all’Università di Brescia, dove si studia il collegamento tra Tbc e HIV, all’Ospedale Spallanzani di Roma, e all’Ospedale San Raffaele di Milano, che possiede laboratori tra i più avanzati al mondo, dove si mettono a punto nuovi test, e si preparano medici che poi vengono inviati come consulenti anti-Tbc dell’OMS nei vari Paesi del mondo. Abbiamo anche il centro di collaborazione di Tradate dove fanno training a medici e operatori sanitari formati in base alle misure contro la tubercolosi dell’OMS. Senza contare tante Ong come “Medici con l’Africa-Cuamm di Padova”, che sul campo, in Etiopia ad esempio, hanno fatto e fanno moltissimo”.

L’idea – sbagliata – che la Tbc riguardi solo specifici Paesi poveri, fa sì che in Occidente i donatori internazionali siano meno generosi: mancano 2 miliardi per coprire interventi urgenti. Cosa ci può dire?

“I fondi per contrastare questa malattia sono aumentati di dieci volte rispetto a una dozzina di anni fa, ma le strategie di lotta alla tubercolosi necessitano ingenti risorse che spesso non sono mobilizzate in Europa. Il maggior donatore al mondo sono infatti gli Stati Uniti. Bisogna capire che la tubercolosi ha un’ “attrattiva” diversa da altre piaghe globali, come l’HIV e la malaria, in quanto colpisce gruppi fortemente marginalizzati, come persone che vivono nelle favelas, gente discriminata che davvero non ha voce per protestare e non ha i mezzi per curarsi. C’è poi la questione dei casi di Tbc multi-resistente agli antibiotici (Mdr-Tb), le cui cure sono molto costose: si parla di 5mila/10mila dollari solo per i farmaci. Nel caso di questa variante di Tbc la percentuale di guarigione è solo del 50%, rispetto al 90% della tubercolosi “normale”. Inoltre, oggi solo il 5% dei pazienti di Tbc multi-resistente viene sottoposto al test specifico (l’anti-biogramma) che la può individuare. Senza tale test, il rischio è che l’individuo sia curato con i farmaci per la “Tbc tradizionale”, sviluppi una resistenza ancora maggiore agli antibiotici, non riesca a curarsi, e intanto diffonda la malattia in famiglia o al lavoro. L’OMS, che raccomanda un nuovo test molecolare per la diagnosi in tempi brevi della Mdr-Tb, sta lavorando intensamente affinché i laboratori nelle aree a rischio in tutto il mondo ne siano muniti, così come il trattamento specifico di questa pericolosa variante della turcolosi sia messo a loro disposizione. Per scongiurare epidemie l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inoltre elaborato strategie finalizzate a frenare le trasmissioni della Mdr-Tbc in ambito ospedaliero, con strumenti come le lampade ultraviolette o semplici apparecchi per favorire una ventilazione adeguata dell’ambiente”.

Cosa pensa delle campagne contro le vaccinazioni dei bambini che sono condotte anche in Italia?

“Sono condotte da fanatici irresponsabili che mettono a rischio la vita altrui, di bambini e famiglie. Speculazioni sulla salute e sulla efficacia di molti vaccini che salvano le vite umane, non sono tollerabili”. (@francesmorandi, 16 marzo 2016)

(@francesmorandi, 11 marzo 2016)

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Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

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About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts