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“Women’s empowerment”, rifugiati, Africa e Yemen con gli occhi di Emma Bonino

Emma Bonino intervistata da OnuItalia

(Di Anna Serafini)

NEW YORK, 17 Marzo 2016 – Emma Bonino, inviata speciale del ministro degli Affari esteri alla 60a Sessione della Commissione sullo stato delle donne (CSW60), ex ministro degli esteri italiano, attivista. E’ stata presentata cosi’ nei vari dibattiti a cui ha partecipato in questi giorni al Palazzo di Vetro. Ma “Emma” non è solo questo. Riassumerne il percorso, le attività è difficilissimo. Come commissario europeo dal 1995 al 1999 per gli aiuti umanitari, si è spesa per attirare l’attenzione internazionale sulle crisi nella regione dei Grandi Laghi in Africa e nei Balcani. Si è occupata di profughi, a partire dagli Hutu ruandesi. Si è battuta per l’Africa, dalla Somalia al Sud Sudan, dalla Guinea Bissau alla Sierra Leone e molti Paesi africani, anche in questi giorni, le riconoscono pubblicamente l’impegno profuso per la promozione dei diritti umani nei loro territori. Ha fondato l’Ong “No Peace Without Justice”, è stata tra i principali sostenitori della creazione di una corte speciale per processare i crimini commessi nella ex-Jugoslavia. E’ stata delegata per l’Italia all’Onu per la moratoria sulla pena di morte. Attivista contro le mutilazioni genitali femminili, la prostituzione infantile, la parità di genere, promotrice dei diritti delle donne.

Emma Bonino al lancio del programma globale UNFPA-UNICEF (FOto, A. Serafini)

Emma Bonino al lancio del programma globale UNFPA-UNICEF (Foto, A. Serafini)

Lunedì è iniziata la 60a Sessione della Commissione sullo stato delle donne. Cosa vuol dire Women’s Empowerment?

“Significa in buona sostanza, semplicemente, dare alle donne le stesse opportunità, cosa che è negata. Nasciamo pari, poi cresciamo dispari, in tutti i paesi del mondo più o meno, con scale diverse. Quindi questa parola che è molto efficace in inglese ma difficilmente traducibile, è alla fine un concetto molto semplice”.

Come si può attuare?

“Questo in mille modi, dipende dalle priorità dei paesi. E’ chiaro che da noi i problemi sono altri, ma se guardiamo all’Africa o a qualche Paese arabo dove si parte proprio da zero, evidentemente ogni continente, ogni paese ha le sue priorità. Non c’è, come dire, un tema prioritario né si può imporre, di tutta evidenza. Le donne in Arabia Saudita hanno problemi diversi dalle donne tanzane o in Burkina Faso. Quindi stare molto attenti alle diversità è fondamentale. E soprattutto sostenere loro, sono loro che scelgono le priorità per se stesse e per il proprio Paese. Non siamo noi che dall’esterno gliele andiamo a imporre”.

Lei è stata anche Commissario Europeo per gli affari umanitari. Idomeni, 14mila rifugiati, l’UNHCR ha parlato di “condizioni invivibili”, denunciando che al confine tra Macedonia e Grecia “la miseria umana ha raggiunto il suo punto culminante”. Così anche l’attuale commissario Ue all’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, per il quale “la situazione è tragica”. Cosa ne pensa, lei, Emma Bonino?

“Penso che li dobbiamo accogliere. E’ inutile che ci giriamo intorno. Sono rifugiati che scappano dalle guerre, hanno diritto alla protezione, noi gliela stiamo negando. Come europei ci mette veramente in imbarazzo andare in giro, specie se uno si presenta in Giordania – 5 milioni di abitanti, 1,5 milione di rifugiati -, in Libano – 9 milioni di abitanti, 1,5 milioni di rifugiati – o addirittura va in Turchia supplicando di tenerseli e di aprire le frontiere con la Siria dove sono accatastati più di 100mila persone, quando noi chiudiamo le nostre. La perdita di decoro è totale ed è una delle cose che più mi spaventano sostanzialmente”.

Parla a livello europeo?

“Sì, a livello europeo. Noi, devo dire con molto orgoglio, che abbiamo cercato di salvarne il più possibile. Credo che non si ringrazieranno mai abbastanza tutti gli operatori privati, la Guardia Costiera e tutti quanti. Poi una volta che sbarcano le condizioni sono più complicate. Questo è un problema che starà con noi (Ue) per molto tempo, invece noi ce ne occupiamo da un emergenza all’altra, il che non funziona ovviamente”.

Funds for Peace ha recentemente pubblicato il Fragile State Index, secondo cui dei 22 Paesi più fragili del mondo 16 si trovano in Africa. Somalia e Sud Sudan tra i Paesi che stentano di più.

“Questo è un problema non solo di fragilità, ma di guerra guerreggiata, guerre civili da molto tempo. Non credo che dall’esterno si possa fare molto. Credo anzi sia più efficace cercare di rafforzare quei Paesi africani che non sono nel baratro e cercare di portare avanti quelli, in qualche modo. E’ lo stesso che farei nel Mediterraneo. Non possiamo noi sostituirci a loro, questo è poco ma sicuro”.

Infine Yemen, il conflitto va avanti, sono almeno 41 i morti nell’ultimo bombardamento. Come si può arrivare a una svolta?

“C’è uno sforzo omanita che è molto importante di un accordo di pace, che però l’Arabia Saudita non accetta. Non è mai stato per me molto comprensibile perché sia stata decisa questa guerra se non come diversione rispetto ad altri problemi interni della casa regnante saudita. La realtà comunque alla fine è che ha distrutto il Paese, ci sono milioni di displaced, altri che scappano verso la Somalia. Insomma, le guerre non fanno bene a nessuno il problema è che normalmente è facile iniziarle e molto più difficile fermarle”. (@annaaserafini)

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