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Kenya, un anno fa la strage di Garissa. Ora la maratona per ricordare 150 giovani

Dal diario di Amref: non dimenticare quei ragazzi

Maratona a Garissa

GARISSA,  4 APRILE – Al campus di Garissa, in Kenya, gli assassini del gruppo integralista musulmano al Shabaab si presentarono all’alba, armati di tutto punto. Neutralizzarono subito i pochi sorveglianti e penetrarono  nei dormitori degli studenti che furono fatti alzare e dichiarare la propria religione. I non musulmani furono uccisi subito, sul posto; i feriti furono un’ottantina, anche gravi. I soccorritori giunti la sera, dopo oltre 12 ore di scontri, trovarono i cadaveri di 150 studenti. Una strage che ha segnato profondamente il Kenya e che non va dimenticata.

Maratona Garissa

Prima della corsa

A distanza di un anno esatto da quella carneficina, stavolta in un’atmosfera di festa, è stata organizzata una maratona di commemorazione e a raccontarla c’è il diaro di Tommy Simmons, il fondatore di Amref Italia, organizzazione che si occupa di portare tutela e cure mediche in molti paesi dell’Africa, anche con i suoi celebri ‘fliyng doctors’.

Furono proprio loro a intervenire  il giorno della strage, portando in salvo molti dei feriti più gravi. Il personale di Amref Health Africa è rimasto sempre attivo sul territorio, ma Garissa e le sue genti sono spariti dai notiziari. Simmons afferma che è giusto essere sul posto per capire e poi raccontare come i gravi attentati terroristici che regolarmente ci sconvolgono hanno effetti profondi e terribilmente lesivi anche quando le armi sono state messe a tacere. Ecco il racconto di Simmons.

2 aprile 2016 Garissa ore 8.00

In un’atmosfera di festa, è da poco partita la maratona di commemorazione della strage di Garissa del 2 aprile 2015. L’atmosfera positiva, all’apparenza incongrua a fronte dell’evento che ricorda, è dovuta alla volontà della società civile di ricostruire la vita della città e dell’università e di rifiutare senza compromessi i ricatti e gli obiettivi del terrorismo. Questo è il mio quarto giorno a Garissa. Sono dentro all’Università, da dove da poco è partita la maratona di commemorazione della strage dell’anno scorso, e ancora fervono i preparativi per le funzioni della giornata. Stanno apprestando il palco delle autorità, provando i microfoni, allestendo cavalletti e telecamere. L’atmosfera è molto diversa da quella che ho trovato sul territorio circostante negli ultimi giorni.

Maratona Garissa

Ci si ‘scalda’ prima della corsa

Ho visitato il villaggio di Fafi, a 95 chilometri ad est della città, verso la frontiera somala e il lontano Oceano Indiano. Il terreno era brullo e  popolato da pastori con le loro greggi, mandrie, somari e tanti cammelli. Il loro quotidiano è fatto di ricerca di acqua e pascoli, ed è così dalla notte dei tempi, e a fronte delle necessità ed urgenze quotidiane della sopravvivenza gli eventi del mondo circostante vi paiono immediatamente distanti. Ma il villaggio di Fafi, seppure profondamente legato al territorio, non è rimasto isolato dal mondo circostante. Le sue poche centinaia di anime gravitano attorno alla fonte d’acqua salmastra che ha dato vita al villaggio, alla scuola per i giovani del territorio, al centro sanitario, e nel corso dell’ultimo anno hanno subito due volte le ‘attenzioni’ dei miliziani di al-shabaab, la milizia fondamentalista islamica di origine somala che combatte anche contro il governo keniota. Nella prima incursione, i miliziani hanno ucciso uno dei poliziotti responsabili della sicurezza del villaggio, bruciando il posto di polizia, e poi tentato di bruciare la scuola, perché rifiutano l’educazione moderna, e anche il centro sanitario, perché espressione del governo nazionale. Non hanno ucciso altri ”non locali” perché erano già fuggiti, tutti, da tutta la regione, a seguito del massacro dell’università. Ma i miliziani non sono riusciti nel loro intento di distruggere tutto perché i residenti, compreso lo sceicco della moschea, si sono fatti scudo dinanzi alle loro preziose infrastrutture, rifiutando di parderle. I miliziani sono tornati alcune settimane dopo, ma non hanno trovato altre prede da uccidere, perché nessuno è tornato, e si sono imbattutti nella medesima reazione dei residenti che hanno rifiutato di perdere, con la scuola e il centro sanitario, ogni speranza per il presente e il futuro.

La città di Garissa in questi giorni sembra però immune da quanto avviene su tutto il territorio che la circonda. Le strade ed i mercati sono indaffarati, il traffico di auto e camion che viaggiano tra Nairobi e il vicino campo profughi di Dadab (il più grande del mondo) è a volte quasi intenso, i giovani vanno a scuola nelle loro uniformi ordinate. L’Università è stata rimessa a nuovo ed oggi per la prima volta da un anno a questa parte sarà nuovamente affollata. Più di 600 studenti che sono sopravvissuti al massacro hanno trovato posti in altre università del paese e a Garissa probabilmente non torneranno mai più, ma oggi tutta la società civile locale, i giovani, le donne, le massime autorità, ribadiranno la loro volontà di far rinascere in pace la città e l’università e ribadiranno come il loro Islam rifiuta categoricamente la violenza dei terroristi, correndo la maratona.

Maratona Garissa

I volontari

Alla manifestazione sono stati molti i discorsi:   lo Sheick Hassan del Supkem (Supreme Council of Kenya Muslims) ha detto:”Hanno ucciso in nome dell’Islam, ma quanto hanno fatto non è sanzionato dall’Islam. Noi non li riconosciamo”. Gli ha fatto eco Sheick Abdullahi, un Imam di Garissa: ”Hanno ucciso i figli di ogni angolo del paese. Lo hanno fatto per rovinare i rapporti tra musulmani e cristiani. Ma le nostre fedi sono unite”.  I loro discorsi sono stati lunghi e intensi e decisamente contrari alla violenza e alle divisioni tra le fedi e le diverse etnie del paese. E hanno fatto finalmente sapere che in nessun modo l’Islam ufficiale del paese tollera la violenza dei terroristi.

(@ novellatop , 4 aprile 2016)

 

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts