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Galtieri (UNV): “Contro Ebola i volontari ONU non vollero lasciare le aree di crisi”

Nel 2014 coordinò l’invio di 500 volontari nell’Africa occidentale. "Aiutare popoli è sfida, anch'io la accettai in Burkina Faso"

Francesco Galtieri, dirigente del United Nations Volunteers (UNV)

(di Francesca Morandi)

BONN, 4 APRILE – “Non c’è stato un singolo volontario che a fronte dell’emergenza del virus Ebola abbia voluto lasciare l’area di crisi”. A raccontarlo è Francesco Galtieri, dirigente del United Nations Volunteers (UNV), l’Agenzia delle Nazioni Unite incaricata di coordinare l’impiego di volontari nei progetti di cooperazione, sviluppo ed aiuti umanitari. Fu lui, nel 2014, a coordinare l’invio di 500 volontari dell’ONU in risposta all’epidemia di febbre emorragica che nell’Africa occidentale ha ucciso 11.315 persone. “Nessuno voleva andarsene, l’impegno civile e umano fu impressionante – prosegue Galtieri, originario di Matera e oggi responsabile di 4.000 volontari in 20 Paesi del mondo, 3000 dei quali rappresentano il 35% del personale civile internazionale coinvolto nelle operazioni di pace delle Nazioni Unite -. La tenacia dei volontari fu straordinaria, unitamente alla loro fiducia nel sistema delle Nazioni Unite”.

La minaccia di Ebola era spaventosa, che cosa ricorda di quell’esperienza?

“La nostra prima preoccupazione era legata al benessere dei nostri volontari. All’epoca avevamo già 350 volontari presenti nei tre Paesi più toccati dall’epidemia – Guinea, Sierra Leone e Liberia -, che operavano all’interno della missione di pace del Consiglio di Sicurezza in Liberia e nelle agenzie di sviluppo negli altri due Paesi. Abbiamo subito iniziato a ragionare su chi doveva lasciare la zona e chi poteva restare. Allo stesso tempo, volevamo assicurare la nostra presenza. Non vi fu un solo volontario che volle andarsene, nonostante la situazione fosse grave. Il nostro compito era quello di rendere operativa la missione UNMEER messa in campo dall’ONU per affrontare l’emergenza Ebola, in seguito all’approvazione, nel settembre 2014, della risoluzione n. 2177 del Consiglio di Sicurezza  che definiva la malattia ‘una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale’.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva il compito di mettere in piedi una struttura ospedaliera, con l’aiuto delle ong e del volontariato internazionale, ma la missione UNMEER  aveva un mandato di coordinamento più ampio rispetto all’esclusiva assistenza medica. Noi dell’UNV ci siamo dunque occupati di attività come, ad esempio, la sensibilizzazione della popolazione locale in materia di prevenzione, spiegando rischi e pratiche igieniche contro il contagio, e abbiamo contribuito al triste compito di rimozione dei corpi dei defunti. Lo sforzo logistico è stato garantito dall’UNIMIL, la missione ONU in Liberia. Nell’arco di due mesi abbiamo inviato 120 volontari in più tra Ghana, Liberia e Sierra Leone, e Guinea, oltre ai 350 già in loco. Nel dispiegamento della nostra attività abbiamo sempre cercato di proteggere i nostri volontari, per i quali avevamo pronto un piano di evacuazione in caso di infezioni. A rimanere contagiato fu un tecnico di laboratorio sudanese che, nonostante i soccorsi prestati ed un’immediata evacuazione medica in Germania, purtroppo morì”.

Chi sono i volontari dell’UNV?

“L’età media è di 38/39 anni e sono professionisti con 5-7 anni di esperienza.  Appartengono a 130 nazionalità diverse, provengono da Ong, governi e dal settore privato. I  loro profili professionali sono molteplici: ci sono esperti nel traffico aereo, in diritti umani, in sicurezza, analisti politici, oppure medici e operatori sanitari. Ricevono un’indennità che è proporzionale al costo della vita nel Paese in cui operano e i loro progetti possono durare fino a 4 anni.  I giovani con meno di 29 anni esperienza sono circa 900, dei quali circa 300 con meno di due anni di esperienza professionale. Sono persone che vogliono aiutare le Nazioni Unite per un determinato arco di tempo, alcuni vogliono prendersi una significativa pausa dal lavoro, ma certamente si tratta spesso anche di una scelta di vita con una componente etica. Ogni anno sono 1800 i nuovi volontari che mettono le loro competenze al servizio delle diverse Agenzie ONU”.

Francesco Galtieri a un evento organizzato dall'UNV nella Striscia di Gaza in una scuola per bimbi affetti da sordità

Francesco Galtieri a un evento organizzato dall’UNV nella Striscia di Gaza in una scuola per bimbi affetti da sordità

Cosa fanno?

“Si occupano generalmente di affari civili, diritti e assistenza alla popolazione. Una grossa parte si occupa di logistica: in questo caso ad essere  reclutati sono profili tecnici e di alta expertise internazionale. Penso all’operazione di stabilizzazione  MONUSCO nella Repubblica Democratica del Congo, che coinvolge 20.000 caschi blu e dove sono numerosi i volontari che gestiscono il traffico aereo o sono adibiti al controllo passeggeri. Molti volontari sono in prima linea nel contatto con le comunità locali, un lavoro prezioso per lo sviluppo e cooperazione”.

Quanto sono importanti i volontari per l’operatività delle Nazioni Unite?

“Oggi il 30% del personale civile internazionale delle missioni stabilite dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono volontari e rappresentano il terzo pilastro per le operazioni di peace-keeping (unitamente ai funzionari di carriera internazionali e al personale nazionale). In ogni missione decisa dal Consiglio di Sicurezza i volontari ammontano al 25/30%, anche se variano dal tipo di operazione. Dei circa 7000 volontari che l’ONU mobilita ogni anno, circa 4500 si occupano di operazioni post-conflitto, consolidamento della pace ed assistenza umanitaria.  La sezione dell’UNV per il consolidamento della pace, che coordino, offre un contributo annuale di 4000 volontari. Nato nel 1970 il programma UNV, con base a Bonn, è attivo in 110 Paesi ogni anno e rappresenta un essenziale braccio operativo del sistema ONU, coordinato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), per il quale lavorano annualmente circa un migliaio di nostri volontari (il 10%). Sono invece tra i 750 l’anno i volontari che si prestano a coadiuvare l’attività dell’UNHCR (Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati)”.

Quanto pesa la responsabilità di inviare volontari in zone pericolose?

“Siamo ben consapevoli di questa responsabilità e ci adoperiamo per creare per i nostri volontari un sistema di protezione il più efficace possibile: essi usufruiscono di un’assistenza sanitaria internazionale che ha una copertura al 100%, di un’assicurazione sulla vita e predisponiamo per loro eventuali piani di evacuazione di cui discutiamo regolarmente”. unicef

Cosa direbbe a coloro che vogliono fare i volontari per l’ONU?

“Il loro lavoro è qualificante e rappresenta un forte accredito di competenze professionali e caratteriali: l’UNV si occupa di persone, l’esperienza che torna indietro è intensa in termini umani. Ogni anno riceviamo 70mila candidature, di cui 20/25mila sono professionisti che vogliono mettere la proprie qualità al servizio degli obiettivi delle Nazioni Unite.  Il nostro rispetto è rivolto a tutti, ma una selezione è inevitabile.  Ogni anno i volontari sono 7000 e i nuovi assignment 1800. Chi viene dai Paesi cosiddetti “ricchi” e si sposta in aree di povertà, scarsa sicurezza, emergenza non deve sottovalutare lo “shock culturale”. I volontari neo-arrivati possono contare su un “mentor” che fa loro da guida e riferimento. Tuttavia,  vivere in questi contesti può avere un impatto destabilizzante sulla persona. L’adattamento a condizioni igieniche differenti richiede uno sforzo notevole in luoghi dove bisogna lavarsi con un secchiello d’acqua,  non c’è il frigorifero e l’acqua potabile è scarsa. E’ faticoso anche cambiare abitudini: bere acqua o cibo sicuro, che per noi è un’automatismo, in determinati luoghi deve richiedere massima attenzione. In questi casi è importante crearsi nella vita privata in loco delle “sacche di normalità” in cui si ritrova una familiarità. Ci sono poi convenzioni culturali diverse e l’esposizione a realtà di malattia e morte. L’adattamento a un contesto difficile e il lavoro di 8 ore al giorno possono creare un forte stress.  L’ho sperimentato sulla mia pelle…”

Ce ne parla?

“Dopo essermi formato come giurista internazionale, con esperienze di ricerca presso la Corte internazionale dell’Aja, ed aver iniziato a lavorare per l’ONU a New York, presso il Dipartimento per gli Affari per il Disarmo, la mia prospettiva era quella di lavorare nell’ambito delle Corti, della ricerca, … e invece mi sono ritrovato a scegliere di fare il volontario in Burkina Faso, dove il mio compito era quello di coordinare un “riordino” delle municipalità che da 6 avrebbero dovuto diventare 39 Comuni. Si trattava di una riorganizzazione territoriale importante decisa dal Governo e, insieme ad altri 22 volontari dell’ONU richiesti dalle autorità locali, avevamo davanti un grosso lavoro. L’impatto fu pesante sotto il profilo anche fisico: mi ritrovai a lavorare spesso 9 ore al giorno, nella polvere, in condizioni igieniche precarie, con temperature a volte insopportabili, in un Paese che all’epoca, nel 2008, era uno dei più poveri dell’Africa con un tasso di analfabetismo del 90%. Ben presto mi accorsi che dovevo partire da concetti basi di educazione civica, dovendo, ad esempio, spiegare ai locali perché era importante creare un Consiglio comunale piuttosto che rivolgersi alla leadership tribale, votare un sindaco piuttosto che affidare le decisioni locali al un capo comunitario tradizionale oppure perché vale la pena candidarsi al Consiglio comunale piuttosto che andare a dirimere le controversie all’ombra di un albero. Fu scioccante vedere bambini morire per disidratazione, malnutrizione e diareea o ragazzini colpiti da HIV … e quella era la realtà, la vita delle persone, non un documentario visto da uno schermo televisivo.  I locali venivano a bussare alla mia porta a chiedere soldi o l’anti-malarico per i propri figli, le sollecitazioni umane erano molto forti. A quel punto spesso emerge un malessere psicologico, direi un conflitto, ma in me prevalse l’interesse verso le persone, i popoli che sono il soggetto primario al quale  l’ONU rivolge il suo servizio, come cita la Carta delle Nazioni Unite”.

(@francesmorandi, 4 aprile 2016)

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Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

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About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts