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Peacekeeping: Pinotti, Italia puo’ essere centro europeo

Graziano, "Italian way" al peacekeeping

ROMA, 27 APRILE  – “L’Italia può diventare il centro europeo per la formazione al peacekeeping, abbiamo in questo un’esperienza fondamentale nelle missioni internazionali che possiamo mettere a disposizione degli altri Paesi”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, intervenendo al
workshop “L’evoluzione del peacekeeping. Il ruolo dell’Italia”, conclusosi oggi al Centro Alti Studi per la Difesa.

“Le nostre capacità nelle missioni – ha sottolineato Pinotti – sono riconosciute a livello internazionale. L’obiettivo è portare pace e stabilizzazione e si spera che non ci sia bisogno dell’uso della forza, ma se si mandano militari significa che a volte non si può non usare la forza, sempre però in modo proporzionato ed equilibrato”. La Pinotti ha osservato che gli italiani hanno iniziato a parlare di peacekeeping a partire dagli anni Novanta. Da allora, ha spiegato il Ministro “è cresciuta la consapevolezza di essere diventati adulti, di non poter più essere solo consumatori di sicurezza, ma di doverla produrre, insieme agli alleati”. L’esigenza di partecipare alla stagione delle missioni militari di supporto alla pace spinse il Paese ad una integrale e consapevole lettura del dettato costituzionale, superando le inibizioni che avevano sempre imposto di fermarsi alle prime parole dell’Articolo 11 della Carta (l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzioni delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali in tal senso). 

Fu allora che si avviò anche una importante stagione di riforme, con la sospensione della leva obbligatoria, la possibilità di arruolare le donne e la nuova organizzazione dei vertici militari in senso interforze.

Il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, ha spiegato che “il nostro personale è adeguatamente preparato a svolgere le missioni di pace come abbiamo dimostrato in tanti teatri. C’è un’ ‘italian way’ al peacekeeping apprezzata nel mondo e a cui molti Paesi si ispirano, che significa la capacità di interagire con la popolazione e far capire che non siamo lì per conquistare ma per assicurare protezione”.

Il Generale ha osservato che “il peacekeeping non è un mestiere per soldati ma solo i soldati possono farlo”. E i soldati italiani sono adeguatamente preparati a svolgere le missioni di pace “come abbiamo dimostrato in tanti teatri operativi dove abbiamo conquistato il consenso e la fiducia delle popolazioni contribuendo a riportare stabilità in aree devastate da crisi”.

Il workshop – articolato in più giornate (21-22 e 26-27 aprile) – era dedicato allo studio dell’approccio italiano al Peacekeeping, evidenziando la validità del modello gestionale ed operativo e il ruolo delle Forze armate, che pone l’Italia quale primo contributore alle missioni delle Nazioni Unite tra i paesi occidentali.

Sei le principali tematiche emerse nel corso dei lavori ai quali hanno preso parte numerosi relatori provenienti dal mondo accademico e della Difesa: Principi e sfide del peace-keeping; Le sfide per il peace-keeping nel mutamento degli scenari; La proposta italiana per i caschi blu della Cultura; Peace-keeping e violazione dei diritti umani; Peace-keeping, diritti umani e sicurezza; Profili giuridici ed applicativi del peace-keeping. (@OnuItalia).

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Il giornale Italiano delle Nazioni Unite. Ha due redazioni, una a New York, l’altra a Roma. Contact: Website | Facebook | Twitter | YouTube | More Posts