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Donati (FAO): investimenti in agricoltura riducono sensibilmente i profughi

Il Vice-Direttore della Divisione emergenze: nelle crisi complesse i migranti rappresentano in media il 13% delle popolazioni vulnerabili, mentre l’87% resta dov’è, grazie a interventi mirati sul mondo rurale

(di Francesca Morandi)  Roma –  “I movimenti di profughi e rifugiati ai quali assistiamo oggi potrebbero essere sensibilmente ridotti con investimenti tempestivi in agricoltura, essenziali per la sicurezza alimentare delle popolazioni colpite dalle crisi complesse”.  Ne è convinto Daniele Donati, Vice-Direttore della Divisione Emergenze della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) con esperienza ventennale nelle crisi in Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia. In partenza per “i Paesi dell’Africa australe colpiti da El Niño”, fenomeno climatico che oggi sta mettendo a rischio di fame, sete e malattie intere comunità rurali, Donati spiega a OnuItalia.com come “gli interventi in agricoltura contribuiscono a ridurre i movimenti di popolazione”.

“L’opinione pubblica è colpita dall’ampiezza dei fenomeni migratori che ad esempio la guerra in Siria ha provocato – continua Donati -, ma pochi sanno che nelle crisi complesse i migranti rappresentano in media il 13% delle popolazioni vulnerabili, mentre l’87% resta dov’è, non migra. In altre parole senza interventi mirati sul mondo rurale i fenomeni migratori guadagnerebbero rapidamente tutt’altra ampiezza”.

Vice-Direttore della Divisione Emergenze della FAO

Vice-Direttore della Divisione Emergenze della FAO

La questione delle migrazioni è al centro del primo Vertice Umanitario Mondiale delle Nazioni Unite in corso a Istanbul. Che cosa auspica?

“Ci auguriamo che l’allocazione delle risorse umanitarie diventi sempre  più flessibile. In altre parole vorremmo che i donatori garantissero alle Agenzie umanitarie una maggiore libertà di allocazione dei fondi limitando al minimo l’indicazione di una specifica destinazione d’uso. Le priorità e le opportunità d’intervento che si presentano nelle crisi complesse sono spesso estremamente mutevoli e richiedono aggiustamenti rapidi e minima burocrazia per essere efficaci. La risposta dei donatori deve altresì essere rapida perché il nostro obiettivo primario è quello di accorciare il più possibile il tempo dell’esposizione delle persone alla sofferenza creata da una crisi. Quando si pensa poi agli interventi in agricoltura, bisogna tener conto della stagionalità delle diverse colture e del rispetto dei loro tempi. Un ritardo di poche settimane può rendere un intervento molto poco efficace in termini di raccolto e tradursi in una minore disponibilità di cibo”.

Come si opera nella fase di immediata risposta a una catastrofe naturale o a un conflitto?

“La fase più delicata e urgente quando si inizia a rispondere a una crisi è la costituzione di un meccanismo di coordinamento che raccolga tutte le parti coinvolte: Governo, Nazioni Unite, ONG, società civile. Lo scopo ultimo è la definizione di obiettivi e priorità comuni per limitare al minimo lo spreco di risorse preziose e massimizzare l’efficacia degli interventi. Un piano di risposta con queste caratteristiche riceve in genere finanziamenti più consistenti e rapidi ed ha molte più chances di cogliere gli obiettivi prefissati. La FAO mira a costruire e rafforzare la resilienza delle comunità colpite dalla crisi. La resilienza è quella capacità che le famiglie e le comunità hanno di assorbire e gestire l’impatto negativo degli avvenimenti catastrofici e di ridurre i rischi futuri”.

Devastazioni provocate dall'alluvione in Pakistan nel 2010

Devastazioni provocate dall’alluvione in Pakistan nel 2010

Oggi quali sono le emergenze più gravi che la FAO si trova ad affrontare?

“Potrei citare subito i conflitti in Siria, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Yemen. Ci sono poi i danni causati da fenomeni climatici come El Niño. Più in generale, ci sono 800 milioni di persone affamate oggi nel mondo, tre quarti delle quali vivono in condizioni di grave povertà e dipendono dall’agricoltura per la loro sopravvivenza. Si fanno progressi, ma non ancora al passo con la legittima ambizione di eradicare fame e povertà”.

Che cosa non funziona?

“L’attenzione alla fame e alla povertà è ancora insufficiente.  La FAO ha scelto di riformarsi in profondità per essere all’altezza delle sfide del millennio in tal senso. Personalmente ritengo che le crisi complesse siano quasi sempre il risultato dell’effetto congiunto di fallimenti nel processo di sviluppo e gravi avvenimenti erratici come guerre e catastrofi naturali. Una delle sfide principali che si cerca di affrontare in queste ore a Istanbul è quella di comporre un’azione di risposta attenta alle sfide di breve e lungo periodo. Per questo gli interventi in agricoltura sono importanti. Sono elementi di pacificazione, di normalizzazione, di sviluppo”.

Lei ha avuto notevoli esperienze sul campo in Africa, Medio Oriente e Asia durante la sua carriera. Come la FAO opera in questi contesti difficili dove la vita di una moltitudine di persone è a rischio?

“Il nostro primo compito è di contribuire a stabilizzare la produzione e l’offerta di alimenti. Cerchiamo di sostenere il settore agricolo durante i conflitti come pure durante i postumi delle catastrofi naturali. In poche parole cerchiamo di raggiungere coi nostri aiuti il più gran numero di famiglie rurali colpite nel più breve tempo possibile, e cercando inoltre di ridurre gli sprechi e i rischi futuri”.

Ci fa un esempio concreto di come un intervento in agricoltura permette alla gente di vivere nella propria terra?

“Nel Pakistan post-alluvioni abbiamo accompagnato il ritiro delle acque con la fornitura di alimenti per il bestiame che rischiava di morire di fame per l’inondazione dei pascoli. Mano a mano che le terre venivano liberate dai detriti abbiamo fornito sementi e attrezzi per la ripresa delle coltivazioni. Le riparazioni delle infrastrutture di irrigazione e stoccaggio sono state anch’esse affrontate durante la fase di urgenza”.

fao2E’ possibile vincere la “Sfida Fame Zero” dell’ONU?

 “Certo, è possibile con la volontà di tutti e con molte più risorse di quelle che abbiamo oggi a disposizione. L’obiettivo si potrebbe raggiungere in pochi decenni.”.

Umanamente che cosa ha appreso nel corso della sua lunga esperienza in campo umanitario?

“Nelle situazioni di grave crisi l’uomo dà il meglio di sè, è capace di grandi slanci di solidarietà”.

(@francesmorandi, 25 maggio 2016)

 

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Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

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About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts