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Dalla guerra in Congo al riscatto del judo: la forza di Yolande a Rio 2016 nella squadra rifugiati

RIO DE JANEIRO, 7 Giugno – La perdita della famiglia che diventa per lei motivazione, speranza di riunirsi ai propri cari. Una storia di lotta: sia la guerra di cui lei e i suoi genitori sono rimasti vittima, sia la sua ancora di salvezza, il judo. Uno sport che insegna a difendersi e a combattere, la cui filosofia è concentrata nel principio che “la morbidezza controlla la durezza”, ovvero anche il più debole può vincere il più forte. La storia di Yolande Mabika, la 28enne congolese che parteciperà alle Olimpiadi di Rio (agosto 05-21) nella categoria dei pesi medi nella squadra dei rifugiati, è un equilibrio tra una serie di sfide e la volontà per superarle, costruendo un io più forte e dando un esempio positivo, costruttivo a chi pure è in difficoltà.

Gli atleti del team vengono dalla Siria, dal Sudan meridionale, e la Repubblica Democratica del Congo. “Tutti sono fuggiti da violenze e persecuzioni nei loro paesi e hanno cercato rifugio in luoghi come il Belgio, la Germania, il Lussemburgo, il Kenya e il Brasile”, ha detto in un comunicato l’agenzia ONU per i rifugiati. In 10 sono stati scelti tra un gruppo di 43 atleti selezionati da comitati olimpici nazionali. Il team “sarà trattato come tutte le altre squadre” ai giochi, ha sottolineato il Comitato Olimpico Internazionale (COI). Vivranno nel villaggio olimpico con altri 11mila sportivi, lavoreranno con i coach e l’entourage nominati dal COI, marceranno nella cerimonia di apertura, parteciperanno alle gare, staranno in piedi per l’inno olimpico, indosseranno le uniformi olimpiche.

C’è stato un momento durante l’infanzia di Yolande che le ha cambiato la vita:  quello in cui la guerra nel Paese l’ha resa orfana dei genitori. Ricorda l’immagine di sé, bambina, “correre da sola” nel Congo orientale e di essere poi stata prelevata da un elicottero che l’ha portata nella capitale, Kinshasa. Poi la scoperta dello judo nel centro per i bambini sfollati. “Lo judo non mi ha mai dato soldi, ma mi ha dato un cuore forte”, ha raccontato l’atleta congolese. “Sono stata separata dalla mia famiglia, era solita piangere. Tanto. Con il judo ho iniziato ad avere una vita migliore”.

Le cose sono diventate più complicate quando ha iniziato i tornei. Durante ogni competizione all’estero, il suo allenatore le avrebbe confiscato il passaporto, limitato l’accesso al cibo, e addirittura messa in gabbia in caso di sconfitta, ha raccontato all’UNHCR. Ai mondiali di Judo di Rio (2013) non è stato da meno. Yolande è scappata dall’hotel, vagando per le strade in cerca di aiuto e chiedendo rifugio in Brasile.

Rio l’accoglierà di nuovo sul ring per le Olimpiadi di quest’anno. Si unirà agli altri nove atleti del team rifugiati. “Spero che la mia storia possa essere un esempio per tutti”, ha detto rivelando la sua motivazione più profonda: “Forse la mia famiglia mi vedrà e ci riuniremo”.

Rifugiata in Brasile, si allena nella scuola di judo fondata dalla medaglia di bronzo nel judo Flavio Canto. “Voglio vincere una medaglia. Io sono un’atleta competitiva, e questa è l’occasione che mi può cambiare la mia vita”. (@annaaserafini)

 

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