Ultime notizie
Stampa Articolo Stampa Articolo

Laura Frigenti a OnuItalia.com: le sfide della Cooperazione nella complessità dei nostri tempi

Il Direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo: oggi le soluzioni sono tecnicamente più difficili e richiedono un’azione sincronizzata di ‘emergenza’ e ‘sviluppo’, oltre a una molteplicità di attori

Laura Frigenti

(Di Francesca Morandi)

Roma – “Oggi la cooperazione internazionale affronta enormi sfide, che necessitano nuovi strumenti e richiedono di imparare dagli errori  del passato”. Lo afferma a OnuItalia.com  Laura Frigenti, Direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che, dal primo gennaio, gestisce gli interventi di cooperazione internazionale in precedenza nelle redini della Direzione Generale per la Cooperazione allo sviluppo (DGCS). “Quando ho cominciato a occuparmi di cooperazione, l’Agenda era tecnicamente più semplice. Oggi siamo passati a una seconda fase, più complessa”, spiega Frigenti, romana, con un’esperienza ventennale negli Stati Uniti presso la Banca Mondiale, dove, assumendo incarichi di livello sempre crescente, ha coordinato programmi di sviluppo in Africa, America Latina, Centro-America e Medio Oriente.

Direttore Frigenti, quali sono le nuove sfide della cooperazione internazionale?

“Oggi le Agende della Cooperazione allo Sviluppo sono tecnicamente più complesse rispetto a un ventennio fa, quando l’obiettivo era soddisfare i bisogni di base delle popolazioni. All’epoca, infatti, la maggioranza dei Paesi in via di sviluppo combatteva con problemi primari come la fame e necessitava di infrastrutture e servizi essenziali. Per farvi fronte si mettevano, quindi, in campo attività di tipo ‘lineare’. In molti Stati questa fase è stata superata, anche se non siamo ancora arrivati alla ‘Fame Zero’, e ora ci troviamo in una seconda fase. Oggi l’ambizione di molti Stati, che prima lottavano contro la povertà endemica, è quella di diventare Paesi a medio reddito. Cooperazione significa allora sostenere la creazione di un comparto industriale o di un settore produttivo articolato e diversificato, oppure trovare il giusto equilibrio tra risorse naturali e agricoltura. Oggi cooperazione vuol dire inoltre elaborare strategie per regolare i flussi migratori, anche all’interno di uno stesso Paese, oppure capire come affrontare i fenomeni di urbanizzazione, che aumentano sotto la spinta della crescita demografica globale e dei cambiamenti climatici. Le megalopoli sono in espansione nei Paesi emergenti e pongono enormi problemi gestionali sotto il profilo, ad esempio, del consumo di energia, trasporti, acqua, inquinamento, … .  Per risolvere questi fenomeni complessi e globali è necessario coinvolgere nella cooperazione internazionale una molteplicità di attori, come il settore privato, il no profit, le Fondazioni, e bisogna ricorrere a nuovi strumenti. Per questo ritengo che la legge n. 125 sulla Cooperazione internazionale allo Sviluppo sia una buona legge, che ha anticipato le linee guida dell’ “Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”.

agenzia italiana cooperazioneCi spieghi… 

“Nella legge 125 del 2014, così come poi è stato fatto nell’ ‘Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile’ sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, si afferma che lo sviluppo è un problema globale.  La cooperazione allo sviluppo non è una questione bilaterale tra due governi, ma mobilita una complessa rete di attori e attività che sinergicamente compiono uno sforzo per sostenere un Paese in via di sviluppo. Riconoscere la molteplicità dei soggetti e la ricchezza degli strumenti operativi aumenta notevolmente l’efficacia della cooperazione internazionale”.

Cosa pensa dei risultati del Vertice Umanitario Globale tenutosi recentemente a Istanbul?
“Credo siano stati realizzati tre risultati molto importanti. Il primo risiede nel riconoscimento che la divisione tra ‘emergenza’ e ‘sviluppo’, in base alla quale la cooperazione internazionale ha operato per molti anni, è una demarcazione fittizia. Il flusso delle attività della cooperazione è infatti talmente continuo che ci sono elementi di sviluppo che devono essere considerati fin quasi dall’inizio dell’intervento di emergenza. Dopo la prima settimana, in cui si agisce affinché l’incolumità delle persone sia preservata e siano supportate nelle loro esigenze primarie come cibo e acqua, dal giorno successivo, inizia l’azione di sviluppo. Questo è stato unanimante ammesso a Istanbul ed è importante per istituzioni pubbliche come la nostra al fine di operare efficacemente. E’ stata poi importante la consistente presenza al summit del settore privato, il cui ruolo era già considerato fondamentale nella fase di sviluppo ma che è stato riconosciuto fondamentale anche nella fase di emergenza. A rappresentare un passo avanti al Vertice Umanitario Globale è stato infine il cosiddetto “Grande patto” (“Grand Bargain”), la proposta elaborata dal gruppo di Alto livello del Segretariato generale delle Nazioni Unite sui finanziamenti umanitari affinché sia garantito un meccanismo di fondi efficace ed efficiente, per esempio introducendo nella gestione dell’emergenza nuovi criteri che permettano di fare di più con meno. I Paesi donatori hanno inoltre chiesto maggiori garanzie sull’utilizzo dei fondi”.

Il Vertice Umanitario Globale a Istanbul di maggio

Il Vertice Umanitario Globale a Istanbul di maggio

Che cosa risponde a chi afferma che la crisi dei migranti che vive oggi l’Europa è frutto, non solo delle guerre, ma anche dell’insuccesso di programmi di sviluppo?
“E’ in parte vero. Oltre a coloro che fuggono dalle guerre, ci sono anche i cosiddetti ‘migranti economici’, coloro che lasciano il proprio Paese a causa della mancanza di sviluppo nel loro Paese. Ci sono poi anche coloro che migrano in seguito ai cambiamenti climatici che hanno provocato nelle aree dove vivono la desertificazione del suolo o mancanza d’acqua per coltivare la terra. Anche in quest’ultimo caso, si evidenzia un fallimento delle politiche di crescita economica in quanto non si è riusciti a migliorare la produttività dei territori”.

Come fare in modo che la Cooperazione allo sviluppo non diventi “assistenzialismo” o, ancor peggio, finisca per alimentare fenomeni di corruzione, ma vincoli i Paesi beneficiari a usare gli strumenti offerti per far fronte alle proprie difficoltà?
“E’ necessario contribuire a creare delle istituzioni locali che sappiano monitorare come le risorse locali sono usate dai governi. In alcuni Paesi in via di sviluppo si registra infatti una debolezza della società civile e, di conseguenza, una fragilità delle istituzioni che la rappresentano. Se i governi utilizzano le risorse per fini diversi dallo sviluppo, in una società matura viene chiesta l’attivazione di sistemi di controllo con i quali la società civile denuncia i fenomeni distorsivi.  E’ dunque importante la creazione o il rafforzamento di istituzioni che rappresentino la società civile. Su questo le organizzazioni della società civile italiana hanno un ruolo forte da giocare”.

Verso quali Paesi si focalizzano le priorità più urgenti della nuova Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo?

“La crisi migratoria nel bacino del Mediterraneo e l’Africa. Nel continente africano ci sono Paesi con cui cooperiamo da tempo, come Etiopia, Senegal, Kenya, Burkina Faso e Mozambico, … Tuttavia, come già annunciato dal Vice Ministro degli Esteri Mario Giro, l’Italia prevede di ampliare il numero dei Paesi da sostenere, anche a fronte delle maggiori risorse a disposizione. Posso citare, ad esempio, Camerun, Repubblica Centrafricana e Tanzania, dove ci sono ancora grosse sacche di povertà”.

Renzi in visita ufficiale in Senegal lo scorso anno (Foto di Tiberio Barchielli)

Renzi in visita ufficiale in Senegal lo scorso anno (Foto di Tiberio Barchielli)

Quanto le banche, vituperate in alcuni contesti, sono invece importanti per reperire fondi utili allo sviluppo?
“Il ruolo delle Banche di sviluppo è fondamentale, sono  tra i maggiori finanziatori pubblici della cooperazione internazionale. Operando sui mercati con investimenti più diversificati, esse sono in grado di generare un aumento di capitale e quindi mettere a disposizione risorse addizionali. Questa possibilità non rientra evidentemente nella capacità di altre strutture pubbliche che ricevono finanziamenti fissi attraverso i governi. Le banche private sono invece poco attive sul fronte della raccolta dei fondi, ma hanno un ruolo importante nella gestione di linee di credito per la piccola impresa o per il credito per progetti di sviluppo settoriali”.

Ci racconta un suo ricordo nella cooperazione?

“Si lavora nello sviluppo per passione, un sentimento che cresce quando si vede concretamente l’impatto del proprio lavoro a vantaggio delle persone. E’ una parte impagabile di questo mestiere. Ricordo che nei miei primi anni di lavoro per la Banca Mondiale, fui impegnata a lungo in Angola: il Paese africano stava uscendo dalla guerra ed era ancora dilaniato da divisioni, povertà endemica ed enorme distruzione. Lavoravo a un progetto che metteva insieme le comunità per far loro costruire delle infrastrutture di base, come  pozzi, scuole, strutture sanitarie o quello di cui avevano bisogno. Nel corso degli anni, compiendo viaggi frequenti in Angola, potevo vedere come, passo dopo passo, le infrastrutture venissero finalizzate e avessero un impatto concreto sulla vita della gente.  Ricordo come in quei luoghi remoti, quando si faceva sera ed era difficile, pure pericoloso, rientrare al mio albergo cittadino, venivo talvolta ospitata nelle capanne di alcuni membri delle comunità locali. La gente del luogo mi offriva allora la cena, durante la quale mi spiegavano quanto quella scuola, quel pozzo, quell’ospedale avevano aiutato la loro famiglia e la loro comunità”. (@francesmorandi, 15 giugno 2016)

The following two tabs change content below.

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

Stampa Articolo Stampa Articolo
About Francesca Morandi

Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l'agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all'Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce. Contact: Website | More Posts