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VOCI: MSF accusa, strage di Malakal (Sud Sudan) fallimento dei caschi blu Unmiss

Sud Sudan Foto MSF

MALAKAL, 24 GIUGNO – MSF pubblica oggi un rapporto sulla risposta umanitaria e di peacekeeping dopo l’attacco nel Campo di Protezione dei Civili (PoC) di Malakal, in Sud Sudan, avvenuto il 17-18 febbraio e che causò almeno 25 morti e decine di feriti.  Il rapporto rivela che nonostante una forte presenza militare e il chiaro mandato di proteggere i civili, la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) ha fallito nel suo compito di salvaguardare la vita delle persone che vivono nel campo e avrebbe potuto evitare molte vittime. Il rapporto mostra anche che la maggior parte degli  umanitari che lavorano nel sito si è trovata bloccata e non ha potuto rispondere ai bisogni urgenti degli sfollati durante l’emergenza. Le regole per la sicurezza delle Nazioni Unite hanno impedito il loro intervento durante l’emergenza, breve ma acuta, nel momento di massima necessità.

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Malakal dopo l’attacco

Quando il 17 febbraio sono scoppiati gli scontri all’interno di Malakal e successivamente un gruppo armato ha attaccato il campo dall’esterno, la UNMISS non ha avviato alcuna azione immediata. Quando le ostilità sono terminate, circa un giorno dopo, diversi resoconti hanno affermato che tra i 25 e i 65 civili sono deceduti, che oltre 108 sono rimasti feriti e oltre 30.000 sono stati sfollati. Valutazioni condotte dopo l’attacco mostrano che oltre 3.700 ripari, circa un terzo del campo, sono stati bruciati. La popolazione del campo, già stremata dalla guerra, è stata traumatizzata e ha dovuto ricostruire la propria vita dalle ceneri del campo.

”La nostra indagine mostra che l’UNMISS non ha rispettato il proprio mandato di proteggere i civili, come stabilito dal Consiglio di Sicurezza: prima dell’attacco, ha fallito nell’impedire che nel campo entrassero armi; ha deciso di non intervenire quando sono iniziati i primi scontri all’interno del sito e quando è avvenuto l’attacco dall’esterno è stata estremamente lenta nel rispondere all’assalto” così ha commentato Raquel Ayora, direttore delle operazioni di MSF.

I siti di Protezione dei Civili hanno una configurazione particolare e scomoda da gestire per l’UNMISS ed è chiaro che il loro obiettivo ultimo è quello di chiudere Malakal e trasferire altrove la popolazione sfollata. L’UNMISS è riluttante nel migliorare le drammatiche condizioni di vita all’interno del sito o nell’implementare misure che migliorerebbero la sicurezza. Attualmente lo spazio disponibile per ogni persona è appena un terzo degli standard minimi accettati a livello internazionale, la distribuzione di cibo è a malapena al livello di sussistenza e la fornitura complessiva di acqua è spesso inferiore ai 15 litri a persona al giorno (lo standard minimo internazionale del Progetto Sfera). Oltre a questo, all’interno e nei dintorni del sito la violenza sessuale è dilagante e rende la vita quotidiana un rischio continuo. Un sondaggio pubblicato da MSF insieme al rapporto mostra che più dell’80% delle persone sfollate non si sente al sicuro all’interno del PoC e dopo l’attacco di febbraio ha perso fiducia nell’UNMISS. Ma l’indagine mostra anche che l’insicurezza al di fuori del campo è unanimemente indicata da tutti gli intervistati come il motivo principale per non lasciare il sito. Si sentono schiacciati tra l’incudine e il martello.

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Malakal

”I siti di protezione dei civili continuano a essere una soluzione solo parzialmente efficace per rispondere agli estremi bisogni di protezione della popolazione” dice Ayora. ”Fin quando non ci sarà una soluzione migliore o più sicura, non possono essere smantellati e i gap nella protezione e nell’assistenza devono essere colmati. L’UNMISS e tutte le agenzie umanitarie devono imparare da questo fallimento collettivo e fare passi concreti per garantire che, in caso di nuovi attacchi o violenze, saranno intraprese decisioni e azioni radicalmente diverse.

MSF chiede alle Nazioni Unite di pubblicare i risultati delle loro indagini sui fatti relativi all’attacco di Malakal. Le organizzazioni che lavorano nel PoC devono rivedere e adattare i loro piani di emergenza e fare tesoro di questa lezione in vista di altre emergenze che causino bisogni acuti di protezione e assistenza”.

(@novellatop,  24 giugno 2016)

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts