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Lembo (UNRCai): “Pace nel mondo arabo è scelta politica possibile”

Intervistato da OnuItalia.com il Coordinatore Residente delle Nazioni Unite osserva: dopo la prima Guerra Mondiale il popolo arabo non fu consultato nelle spartizioni coloniali. Un nuovo contratto sociale è necessario per stabilizzare l’area

(Di Francesca Morandi)

Milano – “Per stabilizzare il Medio Oriente bisogna puntare su contratti sociali rinnovati, nuove Costituzioni, sistemi scolari efficienti, profonde riforme economiche e dare più spazio alle donne e attori sociali emergenti come sindacati, stampa indipendente, Ong e impresa privata”. Lo afferma Paolo Lembo, Coordinatore Residente delle Nazioni Unite (UNRCai), che ha tenuto nei giorni scorsi a Milano il convegno “Trionfi disastrosi: le Primavere arabe cinque anni dopo” presso l’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’analisi di Lembo, intervistato da OnuItalia.com, parte da considerazioni filosofiche, per poi concretizzarsi in una lucida disamina di un secolo di storia mediorientale, passando per le cosiddette “Primavere arabe” fino ad arrivare alle attuali possibilità di cambiamento in una delle aree oggi più instabili del globo.  “Guardando ai conflitti in atto oggi nel mondo, dal Medio Oriente all’Africa fino all’Europa Orientale, bisogna domandarsi come sia possibile estirpare le radici di scontri che si ripresentano in maniera ciclica  – spiega Lembo -. Di fronte alla dannazione perpetua della guerra, l’umanità deve comprendere che il conflitto non è un destino inevitabile ma è uno slittamento morale. La pace è una conquista che ha bisogno di essere continuamente nutrita: un valore guadagnato che necessita di continua protezione”.

 

primavere-arabe2“Le cause delle guerre sono riconducibili, in definitiva, a miopiche  aspirazioni nazionali di dominio politico e di sfruttamento economico che continuano a creare fratture conflittuali negli equilibri geopolitici internazionali – aggiunge Lembo, che per l’ONU ha operato anche in Yemen, Arabia Saudita, Kosovo, Iraq, Afghanistan, Tajikistan, Palestina, Algeria, Nagorno-Karabakh e oggi in Burundi -. Tuttavia è obiettivo delle Nazioni Unite individuare strumenti concreti con i quali intervenire in maniera pragmatica”.

Dott. Lembo, oggi guerre e terrorismo proliferano in tutti i continenti. Come rafforzare l’azione  dell’ONU per dirimere le controversie?

“I mezzi a nostra disposizione sono quelli della promozione del dialogo e della cooperazione allo sviluppo. Tuttavia, il quadro attuale ci presenta una comunità internazionale che preferisce seguire i propri interessi geo-strategici e logiche di profitto, piuttosto che perseguire il bene comune. Se ci fosse armonia nella comunità internazionale, l’Isis (Stato islamico) in Siria e Iraq potrebbe essere sconfitto.  Balzac diceva che dietro ad ogni grande ricchezza c’è sempre un crimine. Non so se questo sia vero ma so che dietro ogni grande guerra, c’è sempre un progetto  di dominazione politica e di sfruttamento economico”.

Lei è un conoscitore del Medio Oriente: quali sono le radici più frequenti dei conflitti in questa parte di mondo?

“Le dinamiche sono molto complesse e hanno radici multiple ed antiche. All’origine della lunga instabilità del Medio Oriente non ritengo ci sia esclusivamente l’annoso conflitto tra sciiti e sunniti. Tra le cause più antiche – ma non uniche – è la  costruzione del nuovo Medio Oriente a seguito del crollo dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale. Le complessità seguenti il crollo dell’Impero ottomano e le tensioni prodotte tra i maggiori poteri coloniali vincitori della guerra, portarono a una radicale riconfigurazione di quello che divenne il Medio Oriente così come lo conosciamo oggi, dove il grande assente fu il popolo arabo che, nelle nuove spartizioni coloniali, non fu mai consultato. Riconfigurazioni politiche che non hanno al centro di nuovi progetti statali la volontà dei cittadini, sono dal principio minate dalla peribilità. Negli anni Ottanta le spinte liberalizzatrici nell’economia globale, iniziarono a aumentare il divario tra ricchi e poveri, con un aggravamento della disoccupazione e della inegualglianza socio-economica negli Stati mediorientali. A quel punto i regimi iniziarono a sentire la pressione del discontento popolare, delle richieste di democrazia e di riforme economiche. Dagli anni Settanta al duemila, il Medio Oriente raggiunse una certa, apparente  stabilità  che essendo fondamentalmente determinata da strutture politiche autoritarie si è progressivamente sgretolata sotto il peso di politiche economiche fallimentari, deficit strutturali interni ed influenze esterne, così come emerso in un celebre e discusso  studio pubbblicato nel 2002 da UNDP, l’ ‘Arab Human Development Report’. Il Report, che suscitò forti reazioni, in particolare  nelle società mediorientali, individuava nella mancanza di libertà, di emancipazione femminile e istruzione, le cause dell’instabilità permanente del Medio Oriente”.

Piazza Tahrir al Cairo nel 2011

Piazza Tahrir al Cairo nel 2011

Dalla fine del 2010 il Medio Oriente e il Nord Africa furono attraversati da rivolte contro i regimi, un fenomeno controverso chiamato “Primavere arabe”. Cinque anni dopo, che cosa resta di quegli eventi definiti, in principio, persino “rivoluzioni democratiche”?

“Rilevo innanzitutto che la causa profonda che scatenò le ‘Primavere arabe’, è ancora irrisolta: ovvero la disoccupazione, soprattutto giovanile, la diseguaglianza sociale e un insufficiente rispetto di diritti fondamentali. In alcune regioni  del Medio Oriente, il senso di umiliazione di molti cittadini,  subito da regimi interni e dai loro sostenitori esterni, ha portato a un senso di oppressione che ha generato rivolta, nei casi estremi rivolta armata e terroristica. Attualmente in Medio Oriente 25 milioni di giovani non vanno a scuola e ci sono milioni di bambini che stanno crescendo nei campi profughi senza alcuna istruzione e quindi senza futuro: questo potrebbe significare ‘consegnare’ milioni di persone disperate allo Stato islamico. Oggi nel mondo arabo vedo una grande bisogno di legittimazione, che si potrebbe tradurre in una nuovo contratto sociale tra i cittadini e lo Stato. Credo sarebbe fondamentale riscrivere le Costituzioni, dare spazio a nuovi attori che stanno emergendo in alcuni stati mediorientali, come le donne, i giovani, i sindacati, stampa indipendente, Ong e impresa privata. Le Nazioni Unite studiano un modo per tradurre le aspirazioni di questi nuovi attori in piattaforme politiche ed economiche concrete che portino sviluppo. In alcuni Paesi mediorientali il settore privato è alimentato dalle élites al potere e alimenta le oligarchie senza diffondere benessere tra la gente comune. Da un punto di vista economico il settore privato è invece un motore molto importante per lo sviluppo economico, ma deve essere fatto funzionare”.

Oggi in Egitto i militari si sono ripresi il potere dopo una breve parentesi di governo dei Fratelli Musulmani con il presidente Morsi, mentre in Libia, Yemen e Siria infuria la guerra. I giovani che erano in piazza durante le “Primavere arabe”, come in piazza Tahrir al Cairo, e aspiravano a libertà e benessere, ad oggi, hanno fallito?

“Difficile rispondere. Certamente l’esperienza del governo di Morsi, democraticamente eletto, non è stata  un successo. In Libia, invece, hanno giocato anche dinamiche esterne, politiche e mediatiche, che ben conosciamo. Il problema è che non ci sono ancora condizioni adeguate  affinché  una vera cultura democratica fiorisca , tali come sono state evidenziate dal ‘Arab Human Development Report’. Dobbiamo tutti lavorare insieme perche queste condizioni vengano create. La ‘Primavera araba’ ha certamente inaugurato una nuova cruciale fase di trasformazioni politiche guidata da volontà popolari sino a questo momento marginalizzate: questa grande stagione deve essere salutata con rispetto ed incoraggiata da noi tutti anche se siamo consapevoli che sarà una stagione lunga e tormentata. Non si può inoltre negare che la chiave della futura stabilità politica nel del Medio Oriente dipenda anche dal nuovo equilibrio, che deve – e lo sarà, ne sono convinto – essere raggiunto, tra Arabia Saudita e Iran, le due potenze regionali, il cui ruolo continuera ad essere critico per la  definizione di un processo di stabilità politica, risanamento economico ed infine e di rinascimento del mondo e della civiltà araba che tutti vogliamo sostenere”.

Quanto danno possono causare le spinte nazionaliste in atto?

“Negli ultimi dieci anni interessi nazionalistici hanno prevalso su preziosi valori comuni, che sono quelli che alimentano la forza e l’avvenire della nostra comune civiltà umana. Il concetto di egemonia economica  sta lentamente elidendo la nozione di equilibrio geo-politico, fondamento di ogni sistema stabile. Democrazie illiberali agitate da facili ideologie nazionaliste,  si propongono come la risposta più rassicurante alle grandi sfide del prossimo decennio: tragicamente, non  sono che facili vestigia di vane illusioni e preludio  di decadenti regressioni sociali che fragilizzano le grandi  conquiste democratiche dello scorso secolo, costruite sulle macerie di due tragiche guerre mondiali. La memoria umana purtroppo ha radici poco profonde, spesso gli uomini non traggono insegnamento dall’esperienza passata. Il mondo arabo – ma non solo – nel suo tempestoso presente, è particolarmente vulnerabile a questa pericolosa forza ammaliatrice e deve essere aiutato nel suo cammino verso una moderna cultura democratica”.

(@francesmorandi, 27 giugno 2016)

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Dal 2000 sono giornalista, ho iniziato con un internship per l’agenzia di stampa americana Dow Jones, passando per una breve esperienza all’Ansa a Londra, e tanti anni nelle redazioni milanesi di quotidiani, giornali online e agenzie di stampa. Per me il giornalismo è un servizio, soprattutto per chi non ha voce.

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About Francesca Morandi

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