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“In diverso stat humanitas”: la comunità “italo-levantina” a Istanbul si racconta

Istanbul, 8 luglio – Vediamo scorrere palazzi, dalla torre di Galata al consolato italiano. Entriamo nella vecchia scuola media maschile, ora un ristorante, e nell’istituto delle suore, dove in molti hanno frequentato l’asilo, le elementari e le medie, prima degli anni al liceo italiano I.M.I. Leggiamo il monito della Società italiana operaia, “Chi ama la patria, la onori con le opere”, inciso in una targa datata 1 gennaio 1901, Costantinopoli. Sfogliamo le carte “dell’incartamento” degli alunni, le pagelle, le note ai genitori, le foto di famiglia. Vediamo squarci della città, del porto, dei ristoranti più frequentati. E ci ritroviamo nel cuore dell’Istanbul della comunità italo-levantina, in un documentario che mostra come “In diverso stat humanitas”.

Guido Manzini, Anna Maria Genovesi, Vittorio Zagaia, Claudia Lemma, Raffaele Behar raccontano le proprie storie personali e familiari, “frammenti di vita levantina a Istanbul”, che si intrecciano dipingendo il quadro più ampio degli usi e costumi della comunità italiana nella capitale dell’ex impero ottomano. Una città che è “un porto di mare”, dove la presenza italiana è sempre stata significativa, “l’integrazione molto forte”, “l’amicizia” e “il legame con la propria realtà di origine” identificativi.

“Per noi levantini, la cosa principale era parlare italiano, in un Paese straniero è difficile conservare la propria lingua”, spiega Anna Maria, sottolineando l’importanza giocata dalla scuola italiana, “per noi l’unico modo di imparare l’italiano e trasferire la nostra lingua e cultura ai nostri figli”.

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Guido Manzini

Gli intervistati raccontano degli anni d’oro vissuti nell’istituto delle suore “come una grande famiglia” e al liceo IMI. Guido che lì ci entrato nel 1950 ricorda il professor Garino “che riusciva a farci amare il latino” e il professor Bertozzi, che “è stato anche preside”, firmatario di una nota di richiamo per la condotta, indirizzata a suo padre Remo. La sua storia a Istanbul, dove è felice di essere cresciuto, inizia col nonno specialista di armamenti, inviato da una casa tedesca di materiale bellico per cui lavorava, contattata dall’impero ottomano.

Claudia LemmaAnche Vittorio Zagata rappresenta la terza generazione in Turchia: il nonno arriva dalle isole greche a 18/19 anni e trova lavoro alla portineria del consolato. Si sposa con una greca, come era solito per gli uomini levantini: “Essendo in maggioranza rispetto alle levantine, era usanza che frequentassero quelle greche”, racconta Claudia, la cui mamma, infatti, è greca.

Poi si esplorano i luoghi più cari alla comunità italiana, compresa la zona di Pangaltı, nel suono turca ma di derivazione italiana: lì c’era un forno molto frequentato, “Pan caldi”.

Nel video diretto Berna Aydin, scritto con Ruggero D’Angelo e realizzato con il contribuito degli studenti dell’IMI e su suggerimento del Consolato Generale d’Italia, si susseguono quindi storie, nomi, luoghi, che hanno plasmato gli italo-levantini, e viceversa.  Si compone l’immagine di una comunità antica, romanticamente legata al Paese di origine, ma anche integrata integrata nel Paese di accoglienza. “Sono una turca secondo gli italiani. Secondo i turchi sono un’italiana”, dice Anna Maria, che ammette: “Ho proprio un’identità diversa. Ho un’identità mista. E’ una ricchezza”. (@annaaserafini)

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