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Siria: in una mostra le violenze e le torture delle carceri di Assad

Siria

ROMA, 6 OTTOBRE – Ha aperto ieri i battenti al Maxxi di Roma (e chiuderà domenica 9, il giorno della Marcia della Pace di Assisi) la mostra fotografica che testimonia le violenze e le torture nelle carceri in Siria tra il 2011 e il 2013 voluta e promossa da Fnsi, Amnesty International Italia, Focsiv – Volontari nel mondo, Un ponte per, Unimed – Unione delle università del mediterraneo e Articolo21.

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Una foto della mostra

La mostra si intitola “Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura” e documenta  gli orrori subiti nelle carceri del regime siriano da migliaia di detenuti. Si tratta di crimini contro l’umanità che vengono resi noti grazie agli oltre 55 mila scatti realizzati da Caesar – nome in codice attribuito ad un ex-ufficiale della polizia militare siriana incaricato di fotografare la morte e le torture nelle prigioni siriane.
Caesar lavorava per la polizia militare siriana anche prima del conflitto. Non era politicizzato, il suo compito era fotografare le scene del crimine quando erano coinvolti membri delle forze armate. Con l’inizio delle proteste contro il regime, Caesar e i suoi colleghi cominciarono a fotografare i corpi delle persone morte nelle strutture di detenzione gestite dall’esercito siriano.  ”Un giorno fu mandato a fotografare 50 cadaveri – ha raccontato durante la presentazione Moaz, membro del team di Caesar, che si occupa dei rapporti tra l’ex agente e i vari governi, soprattutto occidentali – e si accorse che avevano subito torture e che si trattava di civili. Quel giorno rivelò tutto a un familiare dicendo che non voleva essere parte di ciò e chiedendogli aiuto per scappare dal paese. Gli fu chiesto di restare per documentare quello che stava accadendo e lui lo fece, soprattutto per dare alle tante famiglie che cercavano i propri cari una risposta su cosa gli fosse successo”.Siria
Così tra l’aprile 2011, subito dopo l’inizio delle rivolte in Siria, fino all’agosto 2013, quando riuscì a scappare all’estero, Caesar ha raccolto migliaia di fotografie nelle quali si contano 6mila morti. Le fotografie sono state riconosciute veritiere e sono state già esposte in diverse mostre, compresa una al Palazzo di vetro dell’ONU. ”Purtroppo con queste fotografie abbiamo provocato molto sdegno ma poca azione – ha detto Moaz  – Caesar pensava che, quando il mondo avesse visto cosa stava accadendo con una testimonianza così accurata delle violenze sui civili, avrebbe reagito in qualche modo. Ha fatto di tutto per incontrare le persone più potenti del mondo, ma anche questo non ha portato a nessuna iniziativa concreta, cosa che gli ha generato un profondo senso di tristezza”.
Per la prima volta in Italia, la selezione rigorosa di fotografie, già esposta alle Nazioni Unite di New York, alla commissione Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti, al museo dell’Olocausto di Washington e nelle principali città europee, è stata inaugurata  fra gli altri, dai presidenti delle commissioni Esteri del Parlamento, Pierferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto, il presidente della commissione per i Diritti Umani del Senato, Luigi Manconi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, il giurista statunitense Stephen J. Rapp, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti sj, Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, il professor Baykar Sivazliyan, presidente emerito dell’Unione degli armeni in Italia.

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Moaz

Alla presentazione che si è svolta alla Federazione della Stampa il giorno precedente, sono intervenuti Riccardo Noury, Amnesty International Italia; Barbara Scaramucci, Articolo 21; Attilio Ascani, Focsiv; Raffaele Lorusso, Fnsi; prof. Franco Rizzi, Unimed; Domenico Chirico, Un Ponte Per; Moaz, Caesar Team,  Lorenzo Trombetta, corrispondente Ansa da Beirut, Amedeo Ricucci, giornalista Rai
”Questa mostra cerca di riportare alla realtà sulla natura del regime di Assad, in contrasto a quella propaganda che in Russia, ma anche qui da noi, lo vede dalla parte dei buoni perché combatte l’Isis – ha spiegato Amedeo Ricucci – ma non dobbiamo dimenticare che molti siriani hanno preso le armi proprio a seguito della violenta repressione, alle torture e all’uccisione di civili perpetrati dal regime e che quindi Assad ha una grande responsabilità del vortice di violenza in cui è precipitato il Paese”.

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Lorenzo Trombetta

”È urgente e necessario depoliticizzare la tortura – ha sottolineato Lorenzo Trombetta –  non si possono cercare di delegittimare testimonianze così reali, è un fenomeno reale che va combattuto al di là degli schieramenti politici”. Anche la testimonianza di Caesar è stata in passato oggetto di accuse di falsità, di un complotto, lui stesso accusato di essere un corrotto pagato dall’Occidente per screditare Assad. Ma le torture in Siria si praticano con continuità e lo dimostrano tantissime testimonianze, non solo questa, eclatante, di Caesar. L’ultimo report di Amnesty International parla di quasi 18mila siriani morti sotto tortura dall’inizio delle rivolte e della guerra, 65mila sono gli arresti per motivi politici secondo il Centro di Documentazione delle Violazioni in Siria (VDC). Anche secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ”bisogna combattere il negazionismo delle torture”.  ”In guerra le notizie si prendono sempre con le pinze – ha detto invece l’inviato del Corriere della Sera  Lorenzo Cremonesi, – perché tutti cercano di criminalizzare il proprio nemico. Arrivati nell’estate 2011 in Siria abbiamo raccolto molte testimonianze di presunte torture nelle carceri. Queste storie poi sono divenute sempre più frequenti e insistenti, ricordo di un ragazzo che non voleva entrare nel dettaglio delle torture che aveva visto e subito perché ne provava vergogna”.

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Un’immagine della mostra

Le foto di Caesar attestano almeno 6000 persone morte, di cui solo 780 sono state identificate. Tra queste ci sono anche delle storie che Trombetta ha voluto menzionare per dimostrare che nelle carceri siriane muoiono persone di tutti i tipi, etnie, generi, età, credo religioso o politico. Quella di un ex giocatore della nazionale siriana, morto sotto tortura a 41 anni nel carcere militare di Saydnaya, personaggio ben lontano dallo stereotipo del terrorista islamico che si oppone al regime. O quella di una 23enne studentessa di ingegneria, catturata mentre distribuiva generi alimentari e medicinali agli sfollati di Damasco, che nella sua cella, prima di essere uccisa, disegnava progetti per la ricostruzione degli edifici che aveva visto distruggere dalla guerra.
”Stiamo vivendo uno di quei momenti di cui tra qualche anno tutti si riuniranno per dire mai più – ha detto Moaz – per i quali arriveranno i rimpianti e i pentimenti per non aver fatto qualcosa. Ma non possiamo aspettare, ci sono 300mila persone nelle carceri siriane che stanno soffrendo torture e rischiano di morire”.

(@novellatop,  6 ottobre  2016)

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts