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Mosul, Un ponte per: “A Debaga emergenza posti. Noi con le donne a rischio”

BAGHDAD, 25 Ottobre – Un campo sfollati che sta raggiungendo la capienza massima. Condizioni igieniche delle famiglie in arrivo “terribili”. La salute riproduttiva delle donne a rischio. A una settimana dall’offensiva per la liberazione di Mosul dall’ISIS, il quadro del campo profughi di Debaga, alla periferia di Erbil, è “preoccupante”, riferiscono da Un Ponte per. L’ong italiana nata nel 1991 subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq e l’inizio dell’embargo, con lo scopo di promuovere iniziative di cooperazione a favore della popolazione irachena colpita dalla guerra, è a lavoro per garantire cure mediche e sostegno psicosociale alle donne in arrivo da Mosul. In questi primi giorni di combattimento, le forze irachene hanno liberato 74 villaggi intorno la città, ucciso quasi 800 miliziani dell’ISIS, che cerca di difendersi con muri di fuoco, nubi tossiche, civili come scudi umani.

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“Con i suoi 32.000 sfollati già ospitati qui [a Debaga], siamo vicini a raggiungere la capienza massima, nonostante chi è in fuga da Mosul stia iniziando ad arrivare”, racconta Marta, la responsabile del progetto “Zhyan”, che da due anni garantisce cure e salute riproduttiva a sfollate interne irachene e rifugiate siriane attraverso 4 cliniche ed un’unità mobile che si sposta dove c’è più bisogno.

Secondo i dati ufficiali, solo nei primi 3 giorni dal lancio dell’offensiva, sono state oltre 8.300 le persone fuggite  – oltre 1.900 famiglie – di cui più di 5mila attualmente sfollate. E se dal campo di Debaga in tanti vorrebbero mettersi in cammino per fare ritorno nelle aree liberate, molti di più sono gli sfollati che stanno arrivando dalla zona di Mosul.

Chi è riuscito a mettersi in salvo, scampando ai combattimenti e alle ritorsioni degli uomini di Daesh, spesso lo ha fatto camminando per giorni. Le testimonianze della vita negli ultimi due anni a Mosul sono terribili, come le condizioni in cui arrivano le famiglie.

“Le condizioni igieniche sono la cosa che ci preoccupa di più, in modo particolare per quanto riguarda le donne”, racconta Marta. “Il rischio di malattie che avranno ripercussioni sulla loro salute riproduttiva è alto, per questo ci siamo messe subito a lavoro. La nostra unità mobile fa tappa a Debaga due volte a settimana, garantendo visite a tutte le donne che ne hanno necessita”, spiega.

“Insieme alle dottoresse sono a lavoro anche le nostre operatrici sociali, per fornire alle sfollate il sostegno psicologico di cui in questo momento c’è grande bisogno”, Dottoresse, ginecologhe, infermiere e operatrici, spesso a loro volta sfollate, lavorano ormai da due anni nell’area di Erbil e nei campi per sfollati e rifugiati creati dopo l’emergenza umanitaria del 2014, per assistere donne irachene e siriane. Nell’ambito del nostro intervento di emergenza per far fronte a questa nuova crisi umanitaria, uno dei piani predisposti è stato quello di estendere ed adattare i progetti già in corso alle esigenze di queste ore. (OI/AS)

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