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Sud Sudan in preda alle violenze, le accuse di Amnesty in un nuovo rapporto

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ROMA, 27 OTTOBRE – Una guerra dimenticata si continua a combattere in Sud Sudan. A luglio nella capitale Giuba si è scatenata un’ondata di violenza senza precedenti e oggi Amnesty International ha reso noto un suo nuovo rapporto sulla situazione nel quale l’organizzazione accusa le forze governative sud-sudanesi di deliberate uccisioni di civili, stupri di donne e ragazze e saccheggi. sud sudan

”Le truppe governative hanno ucciso uomini del gruppo etnico nuer, stuprato donne e ragazze e condotto una massiccia campagna di saccheggi”, ha detto Joanne Mariner, alta consulente per la risposta alle crisi di Amnesty International. ”Questi attacchi costituiscono un’ulteriore prova di quanto sia urgente imporre un embargo sulle armi dirette al Sud Sudan e istituire meccanismi efficaci per monitorarne il rispetto. Gli stati non dovrebbero fare affari con armi che vengono usate per uccidere i civili”, ha aggiunto.
Amnesty International ha reso noto il suo rapporto alla vigilia di una missione in Sud Sudan del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana (Aupsc), in programma dal 28 al 30 ottobre. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto che l’Auspc si occupi delle violenze di luglio e agisca per assicurare l’istituzione di un tribunale ibrido indipendente in grado di indagare e punire questi ed altri crimini.

Il rapporto di Amnesty International, intitolato ”Non credevamo che saremmo sopravvissuti: uccisioni, stupri e saccheggi a Giuba”, e basato su una serie di ricerche condotte sul campo a luglio, agosto e settembre, mette in luce i crimini di diritto internazionale – uccisioni, attacchi indiscriminati, stupri e saccheggi di massa – commessi dalle forze governative e la sconcertante e inadeguata risposta delle Nazioni Unite.

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Le etnie dell’area

Joy Kamisa, sei anni, è stata uccisa da un razzo tirato da un elicottero che ha centrato l’abitazione della nonna nel quartiere di Gudele.

Nyamuch, due anni e mezzo, è morto a seguito delle ferite causate da una scheggia penetratale nel cranio. Questa bambina, insieme ad alcuni suoi fratelli e sorelle, viveva in una casa dichiarata protetta, attigua alla base Onu nel quartiere di Jebel, quando è stata colpita da un ordigno esplosivo.

Biel Gat Kuoth, 26 anni, è stato raggiunto da un proiettile mentre si trovava nel giardino della casa del nonno. Il colpo gli ha rotto una tibia, la ferita è diventata infetta e l’uomo è morto alcuni giorni dopo.

Lili è morta all’interno della sua abitazione nel quartiere di Gudele, rasa deliberatamente al suolo da un carrarmato governativo.

Il rapporto di Amnesty International denuncia anche violazioni dei diritti umani commesse dall’opposizione armata dell’Esercito popolare del Sudan in opposizione (Spla-io), i cui uomini in diverse occasioni tra il 10 e l’11 luglio hanno fatto irruzione nelle case dichiarate protette dall’Onu presso la base di Jebel. Non è chiaro se il loro obiettivo fosse quello di nascondersi dagli attacchi o impedire operazioni militari: in questi casi, si sarebbero resi responsabili dell’uso di scudi umani, ossia di un crimine di guerra. A prescindere dall’intenzione, afferma il rapporto, queste azioni hanno messo in pericolo la vita di migliaia di civili.

I combattimenti a Juba sono iniziati l’8 luglio con una sparatoria tra le truppe leali al presidente Salva Kiir e gli uomini armati alleati al primo vicepresidente Riek Machar. Di lì a poco, le truppe governative hanno iniziato a dare la caccia a chi ritenessero di etnia e posizione politica diversa. John Gatluak Manguet Nhial, un giornalista 32enne riconoscibile dai segni sul volto come nuer, è stato ucciso da un soldato durante un raid all’interno dell’hotel Terrain mentre altri soldati gridavano ”è un nuer, è un nuer”.

Una 24enne di etnia dinka, il cui marito nuer risulta scomparso da luglio, ha raccontato ad Amnesty International che le truppe governative sono entrate nella loro abitazione portando via il marito e il cognato. Quando ha provato a spiegare che i due uomini lavoravano per il governo, si è sentita rispondere che anche se fosse stato vero, erano comunque dei nuer e ”i nuer sono ribelli”. I soldati hanno anche dato la caccia alle donne nuer per stuprarle: non solo per far loro del male ma anche per punire e umiliare i loro mariti.
Le ricerche di Amnesty International hanno messo in evidenza la risposta, definita ”sconcertante e inadeguata”, delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite, che non hanno saputo proteggere i civili dalle uccisioni e dagli stupri.

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Un mezzo Onu

Secondo il rapporto le truppe Onu non sono intervenute neanche durante l’attacco all’hotel Terrain, distante solo un chilometro dalla loro base, nel corso del quale diverse donne sono state sottoposte a stupro di gruppo. Nel corso dei combattimenti, le forze di peacekeeping dell’Onu hanno persino abbandonato le loro posizioni a difesa di uno dei siti protetti, lasciando gli abitanti privi di difese.

Le forze Onu, afferma Amnesty International,  hanno messo i civili a rischio sia con le loro azioni che con la mancanza di azioni. In un caso, hanno lanciato gas lacrimogeni contro una folla terrorizzata di nuer, di fronte alla base di Jebel. ”Le forze Onu sono venute meno alla loro missione di proteggere i civili, stando a guardare mentre venivano uccisi e stuprati”,  ha accusato Mariner.

”Queste uccisioni e i sistematici stupri di gruppo non possono essere lasciati impuniti. Il governo del Sud Sudan deve assicurare che siano oggetto di indagini rapide, indipendenti e imparziali e che tutte le persone sospettate di esserne responsabili siano sottoposte alla giustizia civile, attraverso processi equi e senza ricorso alla pena di morte”,  ha concluso Mariner.

(@novellatop, 27 ottobre  2016)

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts