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Corridoi umanitari: Nino Sergi (Link 2007), valorizzare il diritto di asilo

(di Nino Sergi)

NEW YORK, 29 NOVEMBRE – Il riconoscimento del diritto di asilo e dello status di rifugiato dovrebbe essere vissuto come atto di alto valore politico, culturale, sociale, partecipato dalle comunità di accoglienza. Basterebbe poco per valorizzare un atto che rimane purtroppo solo formalità burocratica. Perché non organizzare in ogni regione una solenne cerimonia in cui una o due volte l’anno viene consegnato tale riconoscimento ai richiedenti asilo, spiegandone il significato e i diritti e doveri che esso comporta? E prevedere che a turno i ministri o viceministri e sottosegretari vi partecipino dialogando con i neo-riconosciuti? 

Doppio appuntamento a Fiumicino l’1 e il 2 dicembre prossimi. Altre vite sono salvate dalla guerra in Siria grazie ai “corridoi umanitari”. Il 24 ottobre scorso il ministro Paolo Gentiloni e il viceministro Filippo Bubbico hanno accolto uno dei gruppi, 72 profughi quasi tutti siriani, provenienti da Beirut come gli altri 56 in arrivo il giorno successivo. Il progetto, avviato all’inizio del 2016 e realizzato in autofinanziamento dalla Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, prevede l’arrivo di più di un migliaio di profughi nell’arco di due anni in base ad un accordo con i ministeri degli Esteri e dell’Interno.

Evitare i viaggi della morte nel Mediterraneo, impedire lo sfruttamento dei trafficanti, permettere a persone in stato di vulnerabilità un ingresso legale e sicuro, con visto umanitario e possibilità di presentare domanda di asilo: sono questi gli obiettivi del progetto che, dopo l’arrivo, continua a sostenere i profughi nell’accoglienza, nelle cure mediche, nella scuola per i bambini, nell’integrazione,

I corridoi umanitari non risolvono il problema dei profughi in fuga da guerre ai nostri confini ma sono senza dubbio un importante segnale nella giusta direzione degli ingressi legali e in sicurezza. «Se questo esempio italiano sarà seguito da diversi paesi europei e anche non europei, noi possiamo consentire a migliaia di rifugiati di esercitare il loro diritto di asilo in modo sicuro e senza essere soggetti a terribili sofferenze… Un piccolo contributo ad una soluzione generale che oggi è necessaria». Così si esprimeva il ministro Gentiloni il 29 febbraio scorso accogliendo i primi 93 rifugiati siriani dei “corridoi umanitari”.

Seguendo la traccia italiana, nel 2017 dovrebbe partire un’analoga iniziativa in Francia per l’accoglienza di 500 profughi e sta crescendo un serio interesse in Olanda, Spagna, Germania, Svizzera. Anche la Conferenza episcopale italiana, attraverso Caritas italiana e Fondazione Migrantes, ha intenzione di finanziare corridoi umanitari per 500 profughi sudanesi, eritrei e somali che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità nei campi in Etiopia.

Ma torniamo all’interesse mostrato dal Governo per l’iniziativa “corridoi umanitari” e per i suoi 400 profughi entrati finora in Italia. Sono stati ricevuti da un ministro e un viceministro che hanno espresso lodevole sensibilità umana oltre che politica. Ed è proprio questa sensibilità che dovrebbe essere valorizzata maggiormente e adeguatamente dal Governo in tema di asilo (e ancor più in tema di cittadinanza: ma è un altro e ancor più delicato capitolo).

Il riconoscimento del diritto di asilo e dello status di rifugiato dovrebbe essere infatti vissuto come atto di alto valore politico, culturale, sociale, partecipato dalle comunità di accoglienza. Aiuterebbe anche a superare pregiudizi e ossessioni. Esso continua a rimanere, purtroppo, un atto puramente burocratico, il cui valore non appare nella sua giusta e dovuta dimensione. Perché non istituire in ogni regione una solenne cerimonia in cui una o due volte l’anno viene consegnato ai richiedenti asilo tale riconoscimento, spiegandone il significato e i diritti e doveri che esso comporta? E perché non stabilire che a turno i ministri o viceministri e sottosegretari vi partecipino, coinvolgendo i territori e le comunità, stringendo le mani e dialogando con i rifugiati neo-riconosciuti, un po’ come è stato fatto a Fiumicino accogliendo i 400 profughi siriani?  (NS)

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