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Rapporto 2016 situazione sociale: Bas (UNDESA), “da mancata istruzione a povertà e esclusione, un circolo vizioso”

(Di Anna Serafini)

NEW YORK, 30 Novembre – Esclusione, segregazione, integrazione, inclusione. Linee di confine, marcate, sbiadite o superate. Parte dalla definizione di queste quattro parole che designano condizioni di essere, esperienze della diversità, per descrivere le esperienze della discriminazione. Daniela Bas, Direttrice della Divisione per le Politiche sociali e lo sviluppo (DSPD) di UNDESA, presenta alla stampa il rapporto sulla situazione sociale del mondo 2016: lo studio denuncia che nonostante il grande progresso sociale mondiale, persistono (tanti) gli ostacoli nell’accesso ad opportunità di sviluppo per determinati gruppi di popolazione, i giovani, gli anziani, le minoranze etniche, le popolazioni indigene e le persone con disabilità. “Queste categorie attraversano il rapporto e parlano anche della mia vita”, racconta ad Onuitalia la Bas, che sin da bambina ha dovuto combattere contro barriere fisiche e sociali per realizzare il suo potenziale. Seduta su una sedia a rotelle ma nel suo ufficio di Direttrice al 29° piano del Palazzo di Vetro è lei stessa un simbolo dell’empowerment, “chiave per non lasciare nessuno indietro”.

“Non lasciare nessuno indietro: l’imperativo dello sviluppo sostenibile” è anche il titolo del rapporto sulla situazione sociale mondiale 2016 di UN DESA presentato oggi. Quali sono i dati che secondo lei inquadrano meglio l’accesso ad opportunità cruciali per lo sviluppo, come quella educativa?

“Innanzitutto vorrei sottolineare che l’unicità di questo rapporto, quando si parla di inclusione/esclusione, è che l’analisi viene fatta guardando a specifici gruppi sociali: i giovani, le persone anziane, le persone con disabilità, le persone indigene. Guardando i dati disponibili, i bambini con disabilità o che appartengono a minoranze etniche devono affrontare barriere enormi per poter essere presenti nel sistema educativo, soprattutto coloro che vivono nelle aree rurali, e abbiamo notato che c’è un gruppo molto ristretto di bambini che riesce a completare la scuola primaria o l’educazione secondaria. Un esempio: abbiamo analizzato 10 Paesi e il rapporto dimostra che meno del 35% dei bambini appartenenti a gruppi etnici minoritari riesce a completare la scuola secondaria, soprattutto quelli che vivono nelle aree rurali, contro una media del 25% di bambini che appartengono a gruppi maggioritari che non riescono a completare le scuole. Questo significa che c’è uno scarto del 10%: uno svantaggio enorme da parte di questi bambini che appartengono a gruppi minoritari, che vivono in aree rurali. Se poi hanno una disabilità, il fenomeno aumenta in termini di esclusione”.

L’inclusione sociale viene misurata nel rapporto anche in termini di inserimento nel mondo del lavoro e reddito percepito, oltre che partecipazione alla vita politica.

“Analizzando i dati che si riferiscono alla possibilità dei giovani di inserirsi nel mondo del lavoro, di chi emigra, dei lavoratori che appartengono a gruppi di popolazioni indigene, abbiamo notato che questi sono sottopagati, spesso non sono pagati. In particolare, soprattutto se guardiamo alle persone indigene, anche quelle con un ottimo livello di istruzione spesso non vengono inserite in lavori retribuiti in maniera giusta o semplicemente decorosi. Per quanto riguarda i giovani, vengono offerti lavori non retribuiti a una media del 18% dei ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24, a differenza del 9% registrato tra i lavoratori adulti tra i 25 e i 59 anni a livello mondiale. Inoltre, abbiamo constatato che non avere una buona istruzione o anche un buon training va di pari passo con la salute”.

E’ un circolodisabili vizioso.

“Esatto. Non avere una formazione porta alla disoccupazione che porta ad avere bassi livelli di stipendio, se non addirittura zero. Così è più facile ammalarsi, perché si vive in condizioni igieniche molto scarse, la nutrizione non è sufficiente. Come lavoratori non retribuiti si potrebbe non avere accesso all’assicurazione, quindi più infortuni, ma non avendo il denaro per pagare le cure, la salute va peggiorando. Questo ha un impatto sulla famiglia che viene a soffrirne, così ci ritroviamo ad avere famiglie che vengono escluse dalla comunità perché hanno livelli di povertà estrema”.

Come rompere questa catena? Nel rapporto si sostiene che un approccio universale a una politica sociale è fondamentale per far fronte alle cause dell’esclusione e dell’ingiustizia sociale.

“Non lasciare nessuno indietro è la chiave per far sì che si superino le disuguaglianze, che sono sia a livello verticale (ricco-povero) che orizzontale, ad esempio all’interno della stessa famiglia il bambino maschio va scuola la femmina no. Ci sono tante forme di disuguaglianze che portano all’esclusione dal mondo lavorativo, dell’istruzione, dall’ereditare dei beni perché donna invece che uomo. Anche questo è un circolo vizioso che porta ad incrementare la povertà. Ma di fondo, non proponiamo risposte: abbiamo voluto fare un’analisi approfondita attraverso le lenti di questi gruppi sociali, perché sia stimolato un dibattito tra i Paesi membri. Nostro obiettivo è coinvolgere anche la società civile, il settore privato, i media, il mondo accademico”.

Prima di essere nominata Direttrice della Divisione per le Politiche sociali e lo sviluppo di UNDESA, è stata consulente per il Ministero degli Esteri e la Presidenza del Consiglio in materia di diritti umani e affari sociali; membro del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Ue; rappresentante italiana su “Turismo per tutti” (Commissione Ue). Giornalista pubblicista, una laurea in scienze politiche con una tesi sull’impiego di persone con disabilità fisiche e l’eliminazione di barriere architettoniche, i primi 10 anni di lavoro nel 1986 con l’Onu…

dess“Provo ad essere un esempio e a dimostrare che le barriere si possono abbattere. Credo nell’empowerment delle persone, che passa attraverso l’istruzione e il lavoro: è cruciale per abbattere la discriminazione. Io lo devo ai miei genitori. Avevo sei anni quando mi dissero che non avrei potuto più camminare. Loro erano quasi trentenni, con un altro figlio di due anni. E hanno combattuto tanto perché potessi frequentare la scuola ordinaria, invece di quella speciale destinata ai disabili, come previsto dalla legge. Sono stata un’irregolare. Per questo voglio contribuire a diffondere il verbo dell’inclusione.

Poi oltre le barriere sociali, ci sono anche quelle fisiche. Proprio per questo venerdì, in occasione del 10° anniversario dell’adozione della Convenzione dei diritti e delle persone con disabilità e della Giornata mondiale, la Divisione DSPD di UNDESA con l’Ufficio del Sindaco di New York per i disabili promuoveranno l’evento “Accessible Cities for All”, dalle 18:30 nella Sala ECOSOC. Organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Informazione Pubblica dell’Onu, in partnership con le rappresentanze permanenti di Italia, Australia, Bangladesh, Bulgaria, Colombia, Ecuador, Jamaica, Filippine, Polonia, Repubblica di Corea e Singapore, l’evento mira a richiamare l’attenzione sul tema fruibilità delle città per tutti i livelli di abilità e a farne una priorità. Alla serata, che sarà preceduta da una tavola rotonda sullo stesso tema, interverranno tra gli altri, Ban Ki-moon, Stevie Wonder, la violinista Midori Goto, attori Off-Broadway e l’Orchestra Onu”. (@annaaaserafini)

Leggi il rapporto intero qui.

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