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Save the Children denuncia: in Repubblica Centrafricana migliaia i bambini sfruttati. Ecco le storie

Bambini soldato nei gruppi armati, desiderano solo tornare a scuola

Rep. Centrafricana

BANGUI,  13 FEBBRAIO – Save the Children è in Repubblica Centrafricana (Rca)  dall’aprile 2013 per rispondere alle enormi esigenze create e aggravate dal conflitto in corso. I team dell’organizzazione sono attivi a Bangui, Kemo, Nana-Gribizi e Ouaka – e stanno rapidamente consegnando forniture sanitarie salvavita ai centri sanitari saccheggiati, per garantire che abbiano i farmaci di cui hanno così disperatamente bisogno.
Le cliniche mobili raggiungono i villaggi che attualmente non hanno un sistema sanitario funzionante, in modo da garantire che il maggior numero possibile di famiglie vulnerabili abbia accesso all’assistenza sanitaria di base.
Spazi a Misura di Bambino sono stati creati in modo che i minori colpiti dal conflitto abbiano uno spazio sicuro per imparare, giocare e ricevere il sostegno psico-sociale di cui hanno bisogno. Si stima che nella Repubblica Centrafricana fra i 6.000 e i 10.000 bambini di età inferiore ai 18 anni siano stati reclutati da gruppi armati e utilizzati come combattenti, facchini, spie o per scopi sessuali. Rep. Centrafricana
Save the Children opera all’interno delle comunità per favorire il ricongiungimento familiare, il reinserimento sociale e dare supporto psicologico ai bambini vittime del conflitto. L’obiettivo è quello di rafforzare i meccanismi di protezione dell’infanzia già presenti all’interno delle comunità locali fornendo loro strumenti e risorse necessarie per gestire situazioni critiche. Si lavora con le associazioni locali, con i leader di comunità e le famiglie per comprendere al meglio e supportare i meccanismi tradizionali di protezione e supporto ai minori che hanno subito violenze.

Ecco le storie di alcuni dei ragazzi che Save the Children ha incontrato e aiutato (i nomi sono di fantasia)

Jean è entrato nel gruppo armato Seleka, un gruppo ribelle musulmano, quando aveva 16 anni, pensando così di aiutare la famiglia economicamente. È rimasto con il gruppo per sei mesi, durante i quali è stato coinvolto nei combattimenti e ha assistito ad alcuni atti di violenza terribile. Jean ha lasciato il gruppo di sua spontanea volontà ed è tornato a casa.
“Avevo paura dei miei capi (…) avevo anche paura dei combattenti Anti-Balaka (gruppo armato di stampo cristiano che si contrappone al Seleka) che decapitavano i combattenti come noi. Ho amici che sono stati decapitati proprio da loro.
La mia vita ora è migliorata, qui mi sento felice, esco con miei amici e giochiamo a calcio.
Prima dovevo sempre stare in guardia perché poteva succedere qualcosa in ogni momento. Quando sentivo dei colpi di pistola risuonare nell’aria, la violenza poteva divampare in qualsiasi istante”.

Anche Grace a Dieu è stato uno dei bambini coinvolti nei conflitti armati e questa è la sua storia.
“Sono entrato a far parte del gruppo Seleka quando nel dicembre del 2012 hanno ucciso mio padre.
Quando lo hanno preso, io ero in chiesa. Era domenica. Mio padre si era sempre preso cura di me pagando i miei studi, ma da quel giorno lui non c’era più e io pensai che l’unica soluzione fosse quella di unirmi ai gruppi armati per prendermi cura della mia famiglia.
Se mio padre fosse stato con noi, sarebbe stato tutto diverso, avrei continuato a studiare e la mia famiglia starebbe bene. Ma non è andata così e io mi sono dovuto unire a loro. Noi siamo sette in famiglia, io sono il più grande. Mia madre vende fagioli al mercato, ma non è abbastanza. Quando mi sono unito al gruppo, ci hanno portato in un luogo a circa 10 km dal villaggio, ci hanno preparato in modo molto duro, strisciavamo anche nel fango, volevano che diventassimo spietati”.Rep. Centrafricana
Grace a Dieu è stato in prima linea durante molte battaglie, fino a quella di Bangui, in cui, resosi conto del fatto che il conflitto era ormai politico, ha deciso di lasciare il gruppo armato e tornare al suo villaggio, per riprendere la scuola e magari aprire una piccola attività commerciale.
“C’erano così tanti bambini nel gruppo armato, fino al giorno in cui una ONG ha negoziato con i leader per portarci via. Ho visto molti bambini cadere e morire mentre combattevano. Non ho fatto amicizia con nessuno mentre ero nel gruppo armato, sono sempre rimasto con un mio amico con cui ero partito e con il quale sono ritornato al villaggio. Prima che il gruppo Seleka prendesse il Paese non c’erano differenze fra musulmani e cristiani, eravamo tutti uguali.
Onestamente ho vissuto bene nel gruppo armato, vivevamo grazie ai saccheggi, le conquiste della guerra.
La parte difficile era la lotta in prima linea.
Gli attacchi di solito iniziavano nel pomeriggio ed eravamo sempre gruppi misti di adulti e bambini. Quando facevo parte del gruppo armato, non mi preoccupavo di quello che stavo facendo. Fu solo in seguito, dopo averlo lasciato, che ho iniziato a rendermi conto e rimpiangere quello che avevo fatto”.
“Moralmente ed emotivamente, ero turbato. Nel gruppo armato si faceva uso di droghe, io spesso bevevo molto a battaglia conclusa, ma non usavo droghe. A volte penso che avrei dovuto bere di più prima di andare in battaglia. Io avevo 15 anni, ma ho visto bambini anche di 8. I più giovani fra noi erano gli assistenti degli ufficiali”.
Quando gli abbiamo chiesto come sta ora, ci ha risposto:Rep. Centrafricana
“Mi sento bene adesso, non ho incubi, il mio più grande desiderio è quello di tornare a scuola e studiare. Se non posso farlo, se le ONG non mi possono aiutare, mi piacerebbe avere un’attività commerciale. Ma se mi chiedete che cosa desidero, la mia risposta è tornare a scuola. Mi piaceva molto leggere.
Non credo che cristiani e musulmani potranno vivere in armonia ora, con tutto quello che è successo. Con tutto quello che abbiamo fatto.
Voglio davvero lasciare un messaggio che sia ascoltato da tutti i bambini, ma soprattutto dai bambini della Repubblica Centrafricana, affinché possano decidere di guadagnarsi da vivere grazie agli sforzi che fanno a scuola, perché è molto meglio che farsi strada appartenendo a un gruppo armato”.

Jules, 12 anni, è un ex combattente di un gruppo anti-Balaka e si è recentemente riunito alla sua famiglia dopo mesi trascorsi nella boscaglia e Bangui.
Jules viveva con suo fratello che è stato ucciso durante un assalto armato del gruppo Seleka, e per vendicarlo si è unito ad un gruppo anti-Balaka. Ci ha raccontato di aver combattuto per mesi.
La madre lo ha ritrovato in un campo base dei combattenti. Ora frequenta le attività organizzate da Save the Children, ma a volte, fa il “runner” per il suo precedente gruppo armato in cambio di cibo e vestiti. “Vorrei che non avesse più alcun contatto con i gruppi armati e che tornasse a scuola così da non pensare più a quel periodo”, dice la madre. “Ora voglio lavorare, imparare e tornare a scuola”, ci racconta Jules. “Prima mi piaceva la matematica e alcuni dei compiti che dovevo fare. Vorrei dire ad altri bambini della mia età di non aderire ai gruppi armati perché potrebbero fare cose che non vorrebbero”.

(@novellatop, 13 febbraio 2017)

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Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell’Ansa. Tra le sue missioni l’Albania (di cui ha seguito per l’agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l’Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell’ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia.

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About Maria Novella Topi

Maria Novella Topi è stata a lungo capo servizio della Redazione Esteri dell'Ansa. Tra le sue missioni l'Albania (di cui ha seguito per l'agenzia la caduta del comunismo e le successive rivolte), l'Iraq e la Libia. Ha lavorato per lunghi periodi nell'ufficio di corrispondenza di Parigi. Collabora da Roma a OnuItalia. Contact: Website | More Posts