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Lambertini: “Dalla ‘neglected crisis’ del lago Ciad, milioni di nuovi rifugiati”

(di Arturo Zampaglione) NEW YORK, 11 MARZO – La “neglected crisis”, la crisi dimenticata, come la chiama l’ambasciatore Inigo Lambertini, colpisce 20 milioni di persone che vivono (e muoiono) nei quattro paesi del bacino del Ciad, il settimo lago più grande del mondo nell’Africa centro-settentrionale.

Lì, a Maiduguri, nel Nord-Est della Nigeria è nato Boko Haram, il gruppo terroristico jihadista, ora alleato con lo Stato Islamico, che per 15 anni ha ucciso decine di migliaia di persone, ha rapito inermi studentesse, reclutato bambini soldato, attaccato chiese cristiane e imposto un clima di terrore sui confini tra Nigeria, Ciad, Camerun e Niger. Adesso Boko Haram appare sulla difensiva. Non solo è morto il fondatore, ma – incalzati dai rambo francesi, dai militari nigeriani e dalla forza multinazionale dei quattro stati del bacino – i jihadisti si ritirano in zone più remote: come in alcune isolette del lago Ciad. Ma mentre cala il pericolo terroristico, nasce una nuova, grande emergenza: la crisi socio-economica legata alla guerriglia e a due milioni di sfollati rischia di tradursi in un nuovo maxi-esodo migratorio verso il nord: verso la Libia, l’Italia, l’Europa.

Proprio per non trascurare la crisi del lago Chad, ed individuare invece i contributi che può dare la comunità internazionale, il consiglio di sicurezza dell’Onu ha promosso una missione ufficiale nella zona: guidati dai britannici che questo mese hanno la presidenza di turno del consiglio, trasportati su aerei dell’Onu (l’unico modo per spostarsi), accompagnati da funzionari del palazzo di vetro, i rappresentanti dei 15 paesi membri del consiglio di sicurezza hanno visitato quattro paesi e sei città in cinque giorni.

Per l’Italia ha partecipato l’ambasciatore Lambertini, vice rappresentante permanente presso l’Onu, cui OnuItalia ha chiesto, al ritorno, di riassumere il significato del viaggio e raccontarne gli aspetti più rilevanti.

Lambertini, il consiglio di sicurezza si sposta molto raramente da New York: nel 2016 ha fatto solo cinque missioni, e questa nel bacino del Chad è la prima del 2017, cui ne seguirà una in Colombia. Perché si è voluta dare tanta attenzione a questa zona dell’Africa?

“Essenzialmente per due motivi: perché la situazione è molto più preoccupante di quel che si immagina e perché la pacificazione della zona, che ormai si intravede, con la progressiva ritirata di Boko Haram, apre nuove sfide agli equilibri mondiali. Bisogna che si rimarginino le ferite di questi anni terribili di attentati, di morti e di soprusi. Ci sono milioni di persone che hanno perso tutto e vivono in situazioni disperate. Il rischio? Che, se non si interviene, se non si creano in loco occasioni di una vita migliore, proprio da queste zone cominci una altra grande migrazione verso l’Italia e l’Europa.

Circa la metà dei migranti in Italia proviene dall’Africa occidentale, ma soprattutto dal Biafra e dalle zone costiere della Nigeria: adesso le popolazioni del Nord Est della Nigeria e del bacino del lago potrebbero finire nelle grinfie dei trafficanti internazionali e mettersi anche loro in cammino.”

-Sono rare, nel lavoro di un diplomatico, le occasioni come questa di vedere da vicino le crisi internazionali e di percepirne l’impatto umano. Al di là dell’interesse personale o dell’importanza, ci sono stati momenti della missione in cui è stata scossa la sua sensibilità umana?

“Purtroppo sì,
ce ne sono stati molti: al di là degli incontri ufficiali, infatti, come quello con il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou (che tra l’altro si è complimentato per la recentissima apertura dell’ambasciata italiana a Niamey, affidata all’ambasciatore Prencipe), abbiamo visitato i campi profughi che sono in condizioni infernali, non fosse altro per il caldo, la sporcizia e gli odori. E abbiamo avuto contatti molto intensi con la società civile e le vittime della crisi.

– Ci sono immagini che non può dimenticare?

“La vede questa foto che ho scattato con il mio iPhone? Questi tre nigeriani sono stati “esibiti” di fronte a noi dal generale a tre stelle che guida l’offensiva anti-Boko Haram a Maiduguri. La signora in giallo aveva il bebè sulle spalle quando, imbottita di tritolo, aveva cercato invano di farsi saltare in aria in un attentato suicida. Poi ha spiegato che, con il suo gesto, sperava di andare in paradiso e di poter finalmente… scegliersi un marito. Quell’altro a destra nella foto è uno che ha tradito Boko Haram: per punizione gli hanno tagliato una mano e un piede lasciandolo nel deserto. Si è salvato per miracolo grazie a un elicottero dell’Onu che lo ha visto dall’alto. Come è possibile ridare una vita normale a queste persone?  La domanda sintetizza la frustrazione della gente della zona e la sfida che abbiamo tutti di fronte.”

– Parliamo di questa sfida: come va affrontata? I militari nigeriani chiedono ad esempio dei mezzi anfibi per stanare i militanti di Boko Haram dalle isolette del Lago Ciad.

“Al di là dell’offensiva militare, che sembra procedere meglio, grazie anche al coordinamento e all’ammodernamento del hardware bellico, si tratta di rimettere in moto un meccanismo di sviluppo socio-economico autoctono. Sono zone in cui, prima dell’ondata terroristica, c’erano varie strutture turistiche: come quelle che abbiamo visto a Maroua, nel Camerun, che era il punto di ingresso del grande parco naturale del paese, e che ora non ha più un solo turista”.

– Che tipo di contributo potrà dare l’Italia?

“Finora non è stata una zona prioritaria per la nostra cooperazione allo sviluppo, che, tra i quattro paesi, si è limitata a interventi in Niger. Ma l’approccio dovrà cambiare, anche per i pericoli che la zona rappresenta nel medio-termino. E ritengo che l’Italia possa fare molto da quelle parti: sia facendo leva su cooperanti, missionari e tecnici che già operano lì, e che ho incontrato durante la missione; sia esportando i nostri modelli di piccola imprenditorialità diffusa. L’importante, comunque, è non dimenticare che per i 20 milioni di persone che vivono nella zona del lago Ciad l’eventuale vittoria militare contro Boko Haram è solo l’inizio di un faticoso processo per uscire da questa ‘neglected crisis’”.

 

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Arturo Zampaglione è stato per quasi venti anni corrispondente da New York del quotidiano La Repubblica, per il quale continua a collaborare. Ha studiato a Roma e a Boston, dove ha preso un Master in affari internazionale alla Fletcher School of Law and Diplomacy. Nel 2003-2004 ha insegnato giornalismo internazionale alla New York University. Ha curato la pubblicazione del libro-intervista “La mutazione antiegualitaria” (Editori Laterza).

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About Arturo Zampaglione

Arturo Zampaglione è stato per quasi venti anni corrispondente da New York del quotidiano La Repubblica, per il quale continua a collaborare. Ha studiato a Roma e a Boston, dove ha preso un Master in affari internazionale alla Fletcher School of Law and Diplomacy. Nel 2003-2004 ha insegnato giornalismo internazionale alla New York University. Ha curato la pubblicazione del libro-intervista “La mutazione antiegualitaria” (Editori Laterza). Contact: Website | More Posts