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Tre grandi Ong sui salvataggi in mare e il “Codice di condotta”

ROMA, 2 AGOSTO – Tre grandi organizzazioni italiane impegnate in prima fila nella cooperazione allo sviluppo e in attività sociali – Aoi, Link 2007 e Concord Italia – hanno reso pubblico un documento comune sui contenuti e la gestione della vicenda del cosiddetto Codice di Condotta per le ONG che effettuano i salvataggi in mare. Obiettivo: fornire elementi che permettano a tutti di capire meglio – senza entrare nel contenzioso tra i pro e contro, né mettere in nessun modo in discussione l’autorità pubblica – che cosa significhino i principi umanitari che gli stati e l’Unione europea hanno da sempre rispettato e difeso.

Il ministro degli interni Marco Minniti

Pur condividendo lo sforzo di coordinamento e sistematizzazione che il Viminale sta portando avanti, le tre organizzazioni sottolineano innanzitutto che, più che di “codice di condotta” – che implicherebbe il pieno coinvolgimento delle parti interessate, fin dalla sua formulazione – si dovrebbe parlare di disposizioni amministrative unilaterali. Disposizioni, peraltro, che rispecchiano per la maggior parte quanto da un lato è normalmente nei poteri delle pubbliche amministrazioni e quanto, dall’altro, le Ong già stanno facendo nel rispetto della legge del mare e delle convenzioni internazionali.

Questa corrispondenza di molta parte del Codice con la realtà vissuta quotidianamente nei salvataggi dimostra, secondo il documento delle tre organizzazioni, anche “la falsità e la malizia del messaggio di denigrazione delle Ong diffuso nei mesi scorsi” e continuamente ripetuto da gran parte della politica e dei media. La trasparenza richiesta, poi, è uno dei principali pilastri delle Ong umanitarie, senza la quale esse perdono significato: i bilanci sono pubblici e le istituzioni possono chiedere qualsiasi chiarimento se sorgessero dubbi.

Alcune Ong non hanno però potuto firmare il Codice per motivi legati all’impostazione generale e, in particolare, a causa di due punti che rischiano di snaturare l’identità delle Ong umanitarie. Primo, il Codice evita di affermare con chiarezza la priorità del salvataggio in mare di fronte a persone in pericolo, mentre esplicita la richiesta di contribuire attivamente, a bordo, alle attività investigative e di polizia. Vengono così cancellati i principi fondamentali che impongono l’assoluta distinzione tra l’attività di polizia (o militare) e l’attività umanitaria. Secondo punto: le operazioni militari italiane nelle acque territoriali libiche e l’insistenza ad affidare alle forze di quel paese il salvataggio e la protezione dei migranti, senza alcuna garanzia che ciò possa realmente avvenire, confermano ancora maggiormente la necessità per le Ong di essere e di essere percepite indipendenti da tali operazioni.

La presenza a bordo di funzionari armati, continua il documento congiunto, è contraria ai codici che la grande parte delle Ong umanitarie hanno adottato in tutti i paesi in cui intervengono, che prevedono che nelle loro sedi non entrino armi. No Weapons, Non si entra armati. È un segno dell’imparzialità, della neutralità ed è anche una garanzia di sicurezza per il personale.

D’altra parte, la proibizione del trasbordo da una nave più piccola ad un’altra più grande e più attrezzata per il soccorso e le cure mediche, appare come una pura limitazione ai salvataggi: il Codice, pur ammettendo eccezioni, mette a rischio la possibilità di normale collaborazione tra navi di diverse dimensioni, mettendo in realtà a rischio la vita delle persone.

Le azioni di salvataggio, anche senza Codice – ricordano Aoi, Link 2007 e Concord Italia – sono state effettuate nel pieno rispetto della legge italiana e internazionale e sotto il coordinamento dell’istituzione preposta, il Comando della Guardia costiera. La mancanza di coerenza del Codice con le ampie disposizioni e gli standard operativi già codificati sia in Italia che nell’Ue, per quanto riguarda il soccorso umanitario, lascia invece perplessi e dubbiosi.

Un maggiore e più approfondito dialogo del Ministro con le Ong, continua il documento, avrebbe certamente favorito la ricerca di un Codice veramente condiviso, rispettoso dei principi umanitari, e quindi sentito da tutti come proprio e non come imposizione esterna a cui dover aderire. E viene rilevato che le divisioni nel mondo Ong e tra Ong e istituzioni, in un momento difficile come questo, non aiutano nessuno, specie di fronte a questioni che toccano la vita e la morte delle persone e quindi i valori fondamentali del nostro vivere comune.

Le organizzazioni firmatarie ribadiscono la buona volontà e la disponibilità alla piena collaborazione da parte delle Ong, nei limiti dei pluriennali e sperimentati codici basati sui principi umanitari, rinnovando la richiesta di istituzione di un tavolo di confronto finora rimasta inascoltata. L’autorità dello Stato non è messa minimamente in dubbio; ne è prova il continuo confronto e la collaborazione con le istituzioni politiche e amministrative che ha sempre caratterizzato la nostra azione. “Siamo convinti – concludono le tre organizzazioni – che, anche su questa materia, il confronto possa aiutare a superare le divisioni”.

Questo il link per il Documento integrale

 

OI, 2-8-2017

 

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