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Mozambico: pace ha 25 anni; San’Egidio celebra mediazione modello, cercando ciò che unisce non divide

ROMA, 3 OTTOBRE – La pace in Mozambico compie un quarto di secolo. 25 anni fa, il 4 ottobre 1992, a Roma, il presidente mozambicano e segretario del FreLiMo Joaquim Chissano e Afonso Dhlakama, leader della ReNaMo, la guerriglia che lottava dall’indipendenza contro il governo di Maputo, firmavano un Accordo Generale di Pace che metteva fine a 17 anni di guerra civile (centinaia di migliaia di morti; 3-4 milioni di sfollati interni e profughi nei paesi confinanti).

La firma concludeva un lungo processo negoziale, durato un anno e qualche mese, portato avanti nella sede della Comunità di Sant’Egidio, in locali non grandi, ma accoglienti, in un giardino dove spiccano banani che fanno pensare all’Africa e un grande ulivo che ricorda che si può ricominciare a collaborare dopo il diluvio di fuoco della contrapposizione armata. Lì, a Trastevere, alcuni membri della Comunità (il fondatore, Andrea Riccardi, e un prete, Matteo Zuppi, oggi arcivescovo di Bologna), un vescovo mozambicano (Jaime Gonçalves, ordinario di Beira, recentemente scomparso) e un “facilitatore” espressione del governo italiano (Mario Raffaelli), avevano pazientemente tessuto un dialogo tra chi si combatteva in nome dell’ideologia e del potere. Avevano imbastito un quadro negoziale all’insegna dell’unità del popolo mozambicano, alla ricerca di ciò che unisce e non di ciò che divide.

Con l’Accordo Generale di Pace si stabiliva la consegna delle armi della guerriglia alle forze dell’ONU, l’integrazione degli ex combattenti nell’esercito regolare, le procedure di sminamento e di pacificazione delle zone rurali, una serie di passi destinanti a trasformare il confronto armato tra le parti in una competizione fondata sulle regole costituzionali e democratiche. Le elezioni del 1994, le prime veramente libere nella ex colonia portoghese, avrebbero sancito il successo dell’intero percorso negoziale e consegnato al Mozambico a una stagione nuova, fatta innanzitutto di pace.

La pace ha messo in moto un processo di normalizzazione della situazione e di crescita economica e sociale. Un percorso non semplice e non lineare, ma anche una grande success story, un esempio di come uno stato può lasciarsi alle spalle le gigantesche difficoltà e sofferenze di una guerra civile, per affrontare le sfide sempre complesse, ma più piccole e più gestibili, quelle dell’economia, dei rapporti internazionali nel mondo globalizzato, della diversificazione sociale, del rafforzamento di una coscienza civile.

La storia di questi decenni di dopoguerra è stata caratterizzata, sì, da una dialettica politica aspra, e con punte di aperta conflittualità – tra il 2013 e il 2014 Dhlakama, non sentendosi garantito, aveva ritrovato la via della foresta e costretto la comunità internazionale a un nuovo sforzo di mediazione -, nonché dalla paura, viva nel partito al governo, di un’alternanza democratica, persino a livello locale, quasi che essa potesse minare l’unità del paese. Ma anche dall’accettazione da parte dei presidenti succedutisi a Maputo delle regole costituzionali: dopo aver vinto le elezioni del 1999 Chissano ha rinunciato a candidarsi per un terzo mandato; il suo successore, Armando Guebuza, vincitore nei turni del 2004 e del 2009, si è anch’egli ritirato al termine del secondo mandato, lasciando la carica al presidente attuale, Felipe Nyuzi.

Nel frattempo il Mozambico ha sanato le ferite, ricostituendo la rete delle infrastrutture e delle comunicazioni, rafforzando i sistemi scolastico e sanitario. In alcuni campi si è persino raggiunto un’eccellenza continentale. Come quando, nel febbraio 2002, è stato aperto il primo centro DREAM per la terapia antiretrovirale in Africa, quello di Machava, periferia di Maputo, gestito da Sant’Egidio, e allacciato alla sanità pubblica, e quindi in grado di garantire gratuitamente a chiunque quei farmaci che in Occidente salvavano le vite a tanti sieropositivi.

Sant’Egidio è rimasta vicina al Mozambico in tutti questi anni, per vincere, dopo la guerra, anche la pace. Da un punto di vista economico-sociale in 25 anni è cambiato tutto. Il FreLiMo ha dismesso l’ideologia marxista degli inizi ed è divenuto un convinto assertore del libero mercato. Il partito che aveva guidato il paese ad aderire al Comecon, l’organizzazione economica dei paesi comunisti che guardavano a Mosca, ha finito per varare un piano di privatizzazioni tra i più estesi e radicali. La nomenklatura di ieri si è rapidamente trasformata in una borghesia imprenditrice con una crescita del PIL a ritmi “cinesi”. Con la crescita sono cresciute le disuguaglianze, come pure la corruzione, mentre il comunitarismo dei “giorni dell’indipendenza” ha lasciato spazio a una competizione dai tratti a volte feroci. (@OnuItalia)

 

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Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia.

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About Alessandra Baldini

Alessandra Baldini e’ stata la prima donna giornalista parlamentare per l’Ansa, poi corrispondente a Washington e responsabile degli uffici Ansa di New York e Londra. Dirige OnuItalia. Contact: Website | Twitter | More Posts

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