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Libia, le Ong e gli interventi umanitari nei centri di detenzione: una riflessione di Nino Sergi

(Di Nino Sergi)

ROMA, 26 NOVEMBRE – Venerdì scorso, 24 novembre, Alessandro Leogrande, Igiaba Scego, Andrea Segre e Dagmawi Yimer hanno pubblicato una lettera indirizzata alle “Ong italiane” ed “alle persone, agli esseri umani che lavorano nelle Ong” per chiedere di non partecipare al bando dell’Agenzia per la cooperazione attraverso cui il governo italiano finanzierà progetti di «primissima emergenza a favore della popolazione dei centri migranti e rifugiati» in Libia. Si augurano che esse “sappiano non cedere al ricatto sin troppo evidente”, dato che “il tutto serve a un’operazione d’immagine per raddolcire o addirittura coprire le conseguenze disumane e raccapriccianti delle misure di blocco e respingimento dei migranti messe in atto da Italia e Europa”. “La non partecipazione delle Ong al bando sarebbe un segnale importante per chiedere ai governi europei un’inversione di rotta necessaria: la chiusura dei campi di concentramento libici, la liberazione di uomini, donne e bambini e la garanzia di corridoi umanitari di fuga verso luoghi di reale accoglienza e sicurezza”. Invitano quindi ad unirsi a loro “nel denunciare la scelta politica gravissima messa in atto dal governo italiano nell’attuare accordi con un Paese dove a governare sono milizie, violenza e razzismo”.

L’autorevolezza dei firmatari e l’importanza dei temi evidenziati che sono da mesi all’attenzione e alla riflessione di molte Ong, richiedono una risposta. Lo richiede anche la mescolanza con cui tematiche differenziate sono state presentate, rischiando di aumentare le già ampie confusione e superficialità. Due le questioni principali poste dalla lettera: i) accettare di intervenire, per quanto possibile, nei centri di detenzione gestiti da criminali che esercitano ogni sorta di costrizione e abuso a centinaia di migranti e di persone alla ricerca di protezione? ii) rifiutare di farlo con utilizzando fondi di quei governi che adottano politiche di blocco e respingimento, anche per rafforzare l’azione di denuncia?

LA LETTERA.   A pochi giorni dal termine per la partecipazione al bando, le Ong hanno già fatto le loro valutazioni e preso le proprie decisioni. La lettera ha quindi solo il significato di marcare un posizionamento politico, quasi certamente con nessun effetto pratico, anche perché la realtà non è mai fatta di solo bianco e nero, di soli sì e no, ma è molto più complessa e talvolta tremendamente difficile. Di facili sentenze sulle Ong umanitarie ce ne sono già state troppe e non hanno certo prodotto effetti positivi. Ben venga però ogni contributo che permetta di aggiungere elementi di analisi e riflessione e di confrontarsi, al fine di approfondire maggiormente la valutazione delle proprie scelte e decisioni. Se per un momento riuscissimo ad uscire dalla logica preconcetta del “cedimento al ricatto” (che significa “noi siamo nel giusto e gli altri sono dei traditori”, come spesso si sente ripetere nel confronto politico) ci si accorgerebbe che tali decisioni non sono mai superficiali, talvolta sono anzi tormentate, sofferte. E sono al contempo una dimostrazione di capacità di valutare, giudicare, condannare, proporre (come molte Ong hanno fatto durante tutti i mesi passati) ma anche decidere con assunzione di responsabilità, pur di fronte a complessità e rischi come quelli della Libia. E di sapere scegliere in modo indipendente e partendo dai principi umanitari che devono sempre rappresentare, in ogni Ong umanitaria, la direzione da seguire. Una capacità questa, ben più difficile dal semplice ritiro nei no, nelle condanne e nei rifiuti. Penso che una maggiore prudenza nel lanciarci anatemi, tra ‘Ong e persone, esseri umani che lavorano nelle Ong’ e in altre realtà impegnate nel sociale e nel mondo umanitario e dei diritti umani, potrebbe aiutare tutti a produrre maggiori e migliori risultati, anche nei rapporti con le istituzioni italiane ed europee.

ESSERCI.   Le Ong umanitarie cercano normalmente di esserci, nella loro autonomia operativa, piuttosto che di non esserci. Talvolta può essere giusto non esserci, quando cioè tale autonomia è impedita annullando l’esercizio dei principi umanitari; ma quando le situazioni sono tali da determinare la vita, le sofferenze, la morte delle persone, con un livello di gravità estrema, la tendenza è quella di esserci. Per potere essere vicini, essere con: una caratteristica delle Ong italiane. Come non considerare la speranza che la sola presenza suscita in chi è prigioniero, abusato, sfruttato, annullato come persona da aguzzini e sfruttatori disumani? Il problema dei centri illegali e criminali di detenzione esiste, eccome. Vanno chiusi, rapidamente, affidando la protezione delle persone alle agenzie umanitarie internazionali, e occorre continuare a mobilitarsi e a premere fortemente sui decisori politici. Come è stato un tragico errore per l’Italia e l’Europa scaricare sulla ‘guardia costiera’ e le ‘forze di sicurezza’ libiche il controllo del mare e la gestione della vita e della morte di decine di migliaia di persone in estremo bisogno, indifferenti al loro destino. Le Ong di Link 2007, insieme alle altre reti, l’hanno scritto e motivato fin dal primo momento, chiedendo un radicale cambiamento.

RISPETTO PER LE SCELTE. Alcune Ong ritengono che, in attesa delle decisioni della comunità internazionale, con i tempi che esse richiedono, l’avvio di una presenza operativa possa significare molto per contribuire ad orientare quel cambiamento che porti alla chiusura dei centri di detenzione. In vari paesi, per soccorrere e per salvare vite umane, organizzazioni umanitarie hanno considerato doveroso parlare e trattare con criminali, talvolta con le mani sporche di sangue: farlo anche in Libia, ove possibile e utile, non rappresenterebbe quindi una novità. La presenza umanitaria è poi anche una testimonianza, diretta, che in tutti i contesti di disprezzo dei diritti umani è stata preziosa. Esserci, per conoscere la realtà, per capire, per cercare ogni possibile occasione per favorire il cambiamento, per essere vicini il più possibile ai bambini, alle donne, agli uomini che stanno aspettando un segnale di speranza. Altre Ong hanno deciso diversamente, valutando di non dovere intervenire, di fronte all’estrema complessità della situazione e degli effetti negativi che possono derivare da ciò che considerano un implicito ‘riconoscimento’ di bande criminali. Non vogliono cioè, con l’intervento nei centri di detenzione, rischiare di favorire il loro prolungamento invece della loro rapida chiusura. Non vogliono avere rapporti con criminali e con autorità poco credibili e implicate negli stessi crimini. Condannare le une e valorizzare le altre, o viceversa, sarebbe a mio avviso crudele, violento, ingiusto.  Il rispetto va a entrambe, perché entrambe hanno valutato i contesti e i pro e contro, si sono confrontate, hanno coinvolto i loro organi decisionali e hanno deciso, in modo indipendente, autonomo e non senza dubbi e sofferenza.

FONDI PUBBLICI E POLITCHE GOVERNATIVE. Intervenire per cercare di portare speranza e sollievo a centinaia di persone in estremo pericolo, sfruttate, abusate, torturate, per cercare di proteggerle, fornire cibo e servizi indispensabili, per cercare di ridare loro dignità richiede risorse finanziarie. La cooperazione italiana (cha include tra i propri obiettivi: “ridurre le disuguaglianze, migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, … tutelare e affermare i diritti umani, la dignità dell’individuo, … sostenere i processi di pacificazione, di riconciliazione, … fornire assistenza, soccorso e protezione alle popolazioni vittime di catastrofi”) mette a disposizione una prima quantità di fondi per le Ong che, avendo deciso di intervenire in Libia, presenteranno le proposte più efficaci attraverso un bando. Ciò significa che tali Ong sposano la linea adottata da alcuni ministri e parte del parlamento (peraltro messa in discussione e criticata dallo stesso viceministro per la cooperazione allo sviluppo) e le conseguenze disumane del blocco e respingimento dei migranti? Affermarlo è alquanto azzardato ed esprime una concezione dei fondi pubblici “padronale”, di proprietà sostanzialmente “privata” di chi li gestisce, e non invece di “cosa pubblica”, della comunità, a cui tutti apparteniamo e a cui tutti contribuiamo. Fondi che, in questo caso, sono impiegati secondo le finalità e gli obiettivi della legge sulla cooperazione allo sviluppo e gli aiuti umanitari. I fondi privati, inoltre, non condizionano mai? E sarebbero esenti dalle problematicità e dai dilemmi sopra esposti? E’ certo che non poche decisioni governative fanno a pugni con le finalità e gli obiettivi umanitari, con la difesa dei diritti umani: ed è doveroso combatterle, come molte Ong fanno in modo aperto e deciso. E’ capitato anche a me, in alcuni casi, di decidere il rifiuto di finanziamenti pubblici; ma non si è mai trattato di situazioni in cui tra la vita e la non-vita ci fosse quasi coincidenza. L’esperienza mi ha comunque insegnato che, anche quando si realizzano attività umanitarie con fondi pubblici a ciò destinati, non si è indipendenti rispetto a non condivisibili scelte governative solo se non si è capaci di esserlo, solo se non si ha l’autorevolezza per poterlo essere. Sarebbe interessante, oltre che utile, aprire in merito un dibattito tra le Ong.

Nino Sergi e’ Policy Advisor di link 2007.

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