Lino Guanciale (UNHCR), il Diario del viaggio in Etiopia. ‘Torni, sei cambiato e pensi che si può fare’

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ROMA, 27 GIUGNO – L’attore italiano Lino Guanciale, testimonial dell’Agenzia dell’Onu per i Rifugiati, ha compiuto un viaggio in Etiopia con i ‘colori’ dell’UNHCR dopo che già aveva svolto un’analoga missione in Libano. In un’intervista Guanciale aveva spiegato che ”la popolarità, di per se stessa, è inerte” e che va riempita di contenuti. Uno di questi è proprio la capacità di testimoniare in favore dei più deboli e vulnerabili. E perchè quella voce raggiunga più angoli possibile, l’attore ha messo su carta il suo viaggio. Ecco una parte del suo diario.
”Era già successo in Libano, due anni fa.
Ma stavolta, forse in virtù di una certa consapevolezza riguardo questo coacervo di proiezioni e timori da “spettatore speciale”, hai più chiaro cosa ti succede.
Quello che non sai ancora è che gli effetti del viaggio saranno ancora più dirompenti. Forse la stratificazione delle esperienze ne amplifica la forza, forse è che a certe cose è difficile fare l’abitudine.
Arrivi e ti domandi cosa succederà di straordinario. Cosa succederà non tanto lungo le città e le strade per le quali camminerai, nelle case in cui sarai accolto, fra la gente con cui parlerai: non è questione di aneddoti da raccogliere. Ti domandi cosa succederà dentro di te. E alla fine ti accorgi che non è l’eccitazione nei confronti dell’ignoto, non è la paura della miseria a vincere la battaglia interiore tra forze contrastanti.
Il sentimento più acuto è l’attesa, l’emozione più potente la speranza. Ti aspetti di cambiare, desideri fortemente che avvenga qualcosa di talmente forte da trasformarti il cuore, da renderlo nuovo, migliore.
Poi torni a casa e quello che succede è strano, strano davvero.
Inizialmente non avverti cambiamenti sostanziali nel tuo modo di guardare il mondo, il tuo paese, le persone. Ti pare tutto sommato di aver vissuto una parentesi non decisiva, una bolla d’aria sospesa e poco connessa con la quotidianità. Un bel viaggio, certo, un’esperienza toccante, commovente, ma tutto sommato lontana, tutto sommato aliena. Tutto sommato chiusa in una ridotta porzione del frenetico calendario della tua vita.
Ma questo dura solo fino al giorno in cui non inizi a parlarne con qualcuno che lì non c’era, che non era con te. Qualcuno che magari quei posti, quelle condizioni, quella gente non li conoscerà mai. E allora ti stupisci del fatto che non riesci a smettere di raccontare.
Devi dire tutto, dire ogni cosa, restituire davanti agli occhi dell’interlocutore tutti i volti, le voci, le inflessioni, le parole di tutte le donne e di tutti gli uomini che hai incrociato.
Accade che prepotente avverti il bisogno di svuotarti. Di condividere. Per non esplodere.
Cambia molto, in effetti, dopo un viaggio così. Ma non cambia quello che ti aspettavi che cambiasse.
Torni a casa e ti accorgi di non aver salvato nessuno.
La gente ti parla, ti chiede come ti sei sentito a fare qualcosa di estremamente meritorio e “buono”, e tu non trovi la frase giusta per far capire quanto inutile ti sei sentito laggiù.
Quanto ti è parsa vacua la tua presenza.
Ogni bambino che mi ha sorriso, ogni adulto che mi ha regalato un pezzo importante del suo tempo e ha messo nelle mie mani un grano di speranza, ha avuto in qualche modo fiducia in me, in noi, nella nostra squadra armata di macchina da presa e apparecchiatura fotografica: “Sono un attore, sono famoso nel mio paese. Sono qui perché la mia gente conosca meglio la vostra vita e i vostri problemi, così da potervi sostenere meglio”, questo il topos ricorrente delle presentazioni. E poi strette di mano, abbracci, la speranza che davvero si possa così richiamare un poco di attenzione in più dalla parte giusta e fortunata del mondo.
Solo che ognuno di quei bambini, ogni donna e ogni uomo che ho incrociato è ancora là.
Mi hanno sorriso, hanno parlato con me, li ho toccati, e sono ancora là. Nessuno è venuto via con me verso l’occidente dei sogni. Nessuno. Sono ancora là, aspettano. O stanno provando a scappare ancora.
Per questo parli e parli e parli e racconti a più gente possibile cosa hai visto. Perché è l’unica cosa che puoi fare per sentire vivi davanti a te quegli occhi e quelle voci. Perché testimoniarne l’esistenza è il solo modo in cui senti di poter riscattare la tua sfacciata buona sorte, la tua impotenza.
Non si tratta del senso di colpa di un buonista. Si tratta della forza delle cose, della realtà. Se hai visto coi tuoi occhi un Campo come quello di Mai Aini, se hai visitato i centri di formazione e ricreativi di Addis Abeba, se hai sentito i racconti, gli odori, percepito la luce o la tenebra negli occhi della gente che UNHCR e suoi partner assistono laggiù, con la collaborazione decisiva del governo di uno dei paesi più poveri ma anche con il maggior potenziale di crescita del continente africano, non torni uguale a come sei partito da Roma. Torni più piccolo di dieci centimetri, più capace di misurarti con l’orrore. Torni meno arrabbiato, ma più deciso. Torni determinato a non permettere a te stesso di non fare nulla, perché è vero che non ci si può far carico di tutto il dolore del mondo, ma è vero anche che quell’enorme dolore va combattuto, e bisogna fare la propria parte
Accennerò ora solo a una delle storie che in Etiopia hanno sconvolto le mie orecchie. La scelgo non perché sia stata la più drammatica o la più coinvolgente o la più allegra. La scelgo perché è quella che più di ogni altra, credo, prospetta delle soluzioni – parola relativa, certo, ma che aiuta a coltivare l’ottimismo e la speranza… perché di questo si ha bisogno, sia al di là che al di qua del Mediterraneo, sia qui da noi che nei paesi da cui si fugge o dove si trovano i primi sostegni e ripari.
La speranza ha il volto di due ragazzi, Awet e Hadish, due studenti eritrei laureati in Etiopia vincitori di una borsa di studio estremamente importante, messa in campo dall‘Università Alma Mater di Bologna e dalla Luiss di Roma: potranno venire a studiare in Italia per i due anni di corso specialistico, potranno laurearsi da noi, in Europa, in maniera perfettamente legale, potranno stare da noi e costruirsi un futuro sulla base delle loro qualità e del loro impegno, non come clandestini: come studenti con pari diritti rispetto ai loro colleghi italiani ed europei. E tutto questo in virtù di un regolare concorso, tutto questo perché lo hanno meritato. Si chiamano “Corridoi universitari”, e insieme ai corridoi umanitari rappresentano delle alternative vere, credibili, forti alla tragedia del traffico di esseri umani che prospera sulla clandestinità. L’hanno guadagnata in sei questa meravigliosa chance, e sono pochi è vero… ma abbastanza per cominciare a invertire una tendenza, abbastanza da prospettare un modello nuovo agli occhi dei tanti bambini che nei campi o nelle strutture di accoglienza urbane smettono a un certo punto di studiare perché “tanto non serve a niente”. Questi due giovani e i loro compagni possono essere un volano fortissimo, perché la merce che più scarseggia, la materia prima di cui maggiore è la necessità tra i rifugiati è la speranza. E quella non la si può costruire da soli. C’è bisogno delle istituzioni, e non solo di quelle locali. C’è bisogno di mettersi in gioco, come le nostre università hanno dimostrato in questo caso di saper fare, c’è bisogno di solidarietà internazionale, c’è bisogno di diplomazia seria, umana, tesa a costruire alternative efficaci sia nei paesi di prima accoglienza – e vale sempre la pena ricordare che il 70% dei rifugiati nel mondo viene accolto e curato in paesi in via di sviluppo – sia qui da noi in Europa.
Si può fare. Si fa già. Si deve farlo di più.
Perché nel campo di Mai Aini ho visto bambini che per studiare darebbero qualunque cosa, sorrisi e occhi intelligenti che non è giusto vengano risucchiati dal buco nero di una miseria incontrastabile.
Si deve fare, credo, perché restituire speranza a chi ha perso tutto significa restituirla anche a noi stessi, perché la cura reciproca è l’unico antidoto efficace contro la violenza e le derive fondamentaliste.
Perché fra pace e guerra non dobbiamo avere dubbi su cosa scegliere, e in un mondo pacifico le persone dovrebbero sostenersi senza soffermarsi sulle differenze etniche, religiose, nazionali.
Perché il bene chiama il bene, anche quando non sembra possibile.
Perché io ci credo che la mia felicità passi anche da quella di Awet e Hadish.
Perché è questa coscienza quello che resta dopo un viaggio così”.
Lino Guanciale