Altri morti al largo della Libia, da UNHCR e OIM appello per soluzione complessiva e ruolo ONG

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The coffins of 13 migrants who died crossing the Mediterranean on April 18, were buried at the municipal cemetery in Catania. © UNHCR/F.Bucciarelli

ROMA, 26 LUGLIO – Al largo della Libia circa 150 persone sono morte annegate nel naufragio di un barcone di legno presso la costa di Khoms, porto a circa 100 chilometri a est di Tripoli nel nordovest del Paese. La maggior parte dei migranti soccorsi proveniva dall‘Eritrea, ma c’erano anche persone provenienti da Palestina e Sudan. Lo ha annunciato l‘UNHCR aggiungendo che altre decine di persone sono state salvate.

Se le cifre saranno confermate, sarà la peggiore strage di migranti del 2019: tra le 150 persone disperse tra le onde uomini, donne, bambini. Un pescatore ha avvistato i naufraghi al largo di Khoms ne ha soccorsi quanti poteva, poi ha avvisato la Guardia Costiera libica che ne ha tratti in salvo 137; 70 corpi galleggiavano intorno al relitto. Secondo i sopravvissuti c’erano circa 300 persone in viaggio, non è chiaro se su un solo barcone o in due che viaggiavano affiancati.
Sea Watch in un tweet denuncia intanto che imbarcazioni cariche di disperati continuano a partire dalle coste libiche. ”Trenta persone circa sono state soccorse ma riportate nell’inferno libico da cui stavano cercando di fuggire. In queste ore sono almeno sette i gommoni, in alto mare, che stanno cercando di raggiungere le coste dell’Europa”

Il Mediterraneo continua a inghiottire vite nonostante gli sforzi di ostacolare le partenze: l’ Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni sottolineano come le morti in mare non si siano mai arrestate dall’inizio della buona stagione: settantadue i corpi recuperati, ma 82 i dispersi, il 12 luglio davanti alla Tunisia, 12 ripescati nell’ Egeo e ancora davanti a Lesbo, al Marocco, alla Spagna, tanti davanti alle coste libiche, dove i sopravvissuti vengono riportati in centri di detenzione dove il rispetto dei diritti umani è stato messo troppe volte in dubbio. Ma Unhcr e Onu concordano nel ritenere che molte stragi si consumino nel silenzio, e che le persone in fuga da guerre e miseria che concludono il viaggio in mare siano molte di più.

Filippo Grandi

In una dichiarazione congiunta Filippo Grandi (UNHCR) e Antonio Vitorino dell’OIM valutano i colloqui tenutisi a inizio settimana a Parigi con gli Stati europei sulla necessità di trovare una soluzione alla situazione nel Mar Mediterraneo e di prevenire la perdita di vite umane in Libia estremamente necessari.”La violenza che ha colpito Tripoli nelle ultime settimane ha reso la situazione disperata come mai prima e ha evidenziato l’urgenza con cui è necessario intervenire”.
”Accogliamo con soddisfazione – hanno detto i due responsabili delle agenzie Onu –  il consenso emerso in occasione dei colloqui in merito alla necessità di porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati e migranti in Libia. È necessario avviare un processo di rilascio ordinato delle persone trattenute nei Centri di detenzione, sia verso le aree urbane sia verso Centri di accoglienza aperti che assicurino una ragionevole libertà di movimento, riparo, assistenza e protezione della propria incolumità, oltre a un monitoraggio indipendente e all’accesso regolare e incondizionato delle agenzie umanitarie. Alla luce dei rischi di abusi, maltrattamenti o morte, nessuno dovrebbe essere ricondotto nei Centri di detenzione in Libia dopo essere stato intercettato o soccorso in mare”.

Antonio Vitorino

Per Grandi e Vitorino ”è necessario riconoscere il ruolo fondamentale svolto dalle ONG: esse non devono essere criminalizzate né stigmatizzate per il soccorso di vite umane in mare. Alle imbarcazioni commerciali, sulle quali si fa sempre più affidamento per condurre operazioni di soccorso, non deve essere chiesto né di trasbordare sulle navi della Guardia Costiera libica le persone soccorse, né di farle sbarcare in Libia, dato che non costituisce un porto sicuro”.
Valutati ”promettenti i colloqui sull’opportunità di istituire un meccanismo di sbarco temporaneo e coordinato per le persone soccorse in mare e di condividere le responsabilità fra Stati in previsione della successiva fase di accoglienza. Chiediamo che tali colloqui continuino, poiché un approccio congiunto a questa situazione è nell’interesse di tutti. Nel frattempo, – osservano ancora Grandi e Vitorino – le evacuazioni e i reinsediamenti al di fuori della Libia continuano a costituire un’ancora di salvezza irrinunciabile per coloro le cui vite sono esposte a pericoli immediati. Continuiamo a chiedere agli Stati di collaborare per portare al sicuro i rifugiati più vulnerabili in Libia, e accogliamo con soddisfazione le espressioni di sostegno manifestate ieri al riguardo.
Infine, sono necessari sforzi maggiori per trovare soluzioni alle ragioni per cui le persone, in primo luogo, abbandonano le proprie case. Finché i molteplici conflitti in corso nell’Africa settentrionale e subsahariana e le sfide legate allo sviluppo continueranno a restare irrisolti, vi saranno persone che continueranno a cercare alternative per se stesse e per le proprie famiglie… Negoziare una pace duratura in Libia deve rappresentare la priorità assoluta. La comunità internazionale dovrebbe sfruttare ogni mezzo a propria disposizione per riportare a dialogare le parti in conflitto, e adottare una soluzione politica capace di ristabilire stabilità e sicurezza”.