Diritti umani, populismo: Pansieri (ex Onu), più impegno, più resistenza contro regressione

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Pansieri

(di Maria Novella Topi) – ROMA, 5 MARZO – C’è un’unica firma italiana tra le 30 poste in calce a una lettera aperta contro i crescenti rischi del populismo, scritta da autorevoli donne in passato al vertice di organizzazioni dell’Onu. E’ quella di Flavia Pansieri, ex vice alto Commissario Onu per i diritti umani, milanese, classe 1951, con una lunghissima militanza presso le Nazioni Unite cominciata all’inizio degli anni Ottanta con l’Unpd. Pansieri ha attraversato molte delle istituzioni dell’Onu (Unodc, Unifem, Unv) approdando nel 2013, con la nomina del segretario Generale Ban ki Moon, al Commissariato per i diritti umani.DIRITTI UMANI
Oggi, afferma in un’intervista a OnuItalia, cresce la preoccupazione che l’avanzata di movimenti populisti e tradizionalisti eroda sempre di più i progressi compiuti in termini di multilateralismo e di uguaglianza di genere. A partire dalla presenza delle donne ai vertici delle istituzioni internazionali, e anche dell’Onu. Ed è questo che la lettera, rilasciata proprio a ridosso della festa della Donna dell’8 marzo, voleva segnalare.
”Le donne a livello di assistente segretario generale – afferma rilevando di essere l’unica italiana firmataria – sono davvero poche. Forse oltre me un’altra e poi nulla… quando si scelgono i candidati da appoggiare ci vorrebbe una maggiore attenzione a condizioni più equilibrate a livello di genere”.

E’ un problema politico quindi?
Direi di sì, nella politica delle candidature vengono in generale sottoposti agli organismi internazionali quasi solo candidati uomini.

La sua esperienza di lunghissima data l’ha portata per le organizzazioni internazionali in molti paesi. Oggi qual è la differenza tra nazioni in via di sviluppo e paesi industrializzati in tema di empowerment femminile?
Nei paesi terzi ciò che impedisce alle donne di crescere in genere sono due fattori concomitanti: il mancato accesso all’istruzione e un vero e proprio empowerment economico. L’autonomia di reddito è una condizione essenziale se una donna africana o asiatica vuole emergere. In occidente, ma anche nel mondo arabo direi, non c’è problema di educazione. Anzi in questo senso le donne sono sempre un passo avanti agli uomini..
Direi piuttosto che nei paesi industrializzati si sono date per scontate, nel tempo, troppe cose e questo comporta una regressione.

Per esempio?
Le grandi battaglie politiche e femministe, su temi come il divorzio, l’aborto, le pari opportunità, il lavoro sono state condotte in porto in alcuni casi in modo particolarmente vincente e oggi è come se si dessero per acquisite.

Invece sembra che vi sia un processo di erosione dei diritti sempre crescente..
Esatto. La tentazione è quella di tornare ad una costruzione tradizionale della società, di far regredire la struttura familiare e sociale, quando invece occorrerebbe percorrere la strada del multilateralismo, della decisione collettiva e solidale. Le generazioni dopo la mia l’hanno quasi dato per scontato.

DIRITTI UMANI
Flavia Pansieri

Questo vale per l’ Italia o anche per l’Europa?
Un po’ dappertutto: prenda la Germania che noi guardiamo sempre come ad un paese che ha risolto molti di questi problemi. Invece in Germania c’è una grossa pulsione sociale perché la donna smetta di lavorare, perché in qualche modo rientri nei ranghi.

Una sorta di normalizzazione?
Si’. Quello che è successo secondo me è che in passato sull’onda delle battaglie femministe, si considerava politicamente scorretto assumere certe posizioni, come se non si avesse il ‘coraggio’ di opporsi o criticare. Oggi con i populisti in crescita, certe posizioni sono state sdoganate, anche perché evidentemente la popolazione non aveva metabolizzato davvero certe tematiche.

Proviamo a darci un orizzonte per i prossimi dieci anni, un po’ come ha fatto l’Onu con la sua Agenda 2030. Qual è il maggior pericolo che lei vede venire in futuro?  Il pericolo maggiore è l’imbarbarimento, il lacerarsi del tessuto sociale, e non è solo il rifiuto del dialogo con l’altro, è direttamente il rifiuto dell’altro. Se confermiamo questo tipo di regressione ci ritroviamo in una situazione in cui sui perde il senso della collettività.

Questo accade sia in occidente sia nei paesi terzi? Perché in questi ultimi spesso si vedono solidarietà e aggregazioni utili alle donne, per esempio in India, con la scoperta del microcredito, in alcune zone è stato possibile modificare certe strutture sociali..
Sul tema sono ferrata! Ero in Bangladesh con Undp proprio quando è nato il microcredito, che – intendiamoci – ha anche delle ombre, ma comunque è stata una grande cosa per centinaia e centinaia di donne che sono riuscite a fare massa critica per negoziare la propria indipendenza economica sia nella società sia nel loro stesso nucleo familiare. L’aggregazione che si crea è importante e, tornando alla stretta attualità, confligge con l’abitudine acritica ai social che talvolta isolano le persone e le fanno stare a casa, davanti a un video, senza partecipare o prendere iniziative. Non basta firmare una petizione.

Ci può indicare tre passi da fare subito per tornare a procedere nella direzione giusta?

Innanzitutto più impegno collettivo nel politico e nel sociale. Un po’ quello che la lettera che abbiamo scritto voleva stimolare. Va fatta pressione da parte dei cittadini perché i propri governi mantengano gli impegni presi. Si firmano le Convenzioni? Bene, vanno rispettate.
Poi occorre il riconoscimento e la valorizzazione delle diversità. Conoscere e apprendere dagli altri.
Infine combattere le crescenti disuguaglianze tra le nazioni e all’interno degli stessi paesi.DIRITTI UMANI

L’Italia è nel Consiglio per i diritti umani di Ginevra. Che ruolo vede per il nostro paese nei prossimi tre anni?
Il Consiglio è un organismo difficile, non si può mai escludere nessun paese qualunque comportamento abbia. Ma è importante che l’Italia continui a lavorare con gli altri paesi Ue;  deve giocare un ruolo preminente sia come paese, sia come membro dell’Unione Europea. Quando ci si mette insieme e si lavora insieme, e non si disperdono le forze si può ottenere qualcosa. Inoltre è necessario creare una massa critica per sostenere risoluzioni che siano capaci di mordere.  Poi va rilevata un’altra cosa che non è stata messa sufficientemente in rilievo: la divisione con l’Olanda del seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu mi è parso un bellissimo esempio di condivisione del lavoro e dei suoi risultati.

Ma lei crede che si possa trasporre uno schema nel genere in altre organizzazioni internazionali?
Non so se le procedure prevedano la possibilità di dividersi il periodo di impegno. Ma mi preme dire che è con questo spirito che si dovrebbe procedere.

(@novellatop, 5 marzo  2019)