Razzismo: un rapporto mette sotto osservazione l’Europa, ‘Casi in aumento, vittime indifese’

2001

ROMA, 26 SETTEMBRE – Il nuovo rapporto pubblicato dall’ENAR,  (la Rete europea contro il razzismo) che copre 24 Stati membri dell’UE, fornisce dati sui crimini razzisti tra il 2014 e il 2018 e documenta le pratiche istituzionali durante la registrazione, le indagini e il perseguimento di crimini d’odio con un movente razzista.

”Venti anni dopo che il rapporto Macpherson ha rivelato che la polizia britannica era istituzionalmente razzista, ora scopriamo che i sistemi di giustizia penale in tutta l’Unione europea non riescono a proteggere le vittime di crimini razzisti – questo nonostante l’aumento delle violenze razziste”, ha affermato Karen Taylor, Presidente della Rete Europea contro il Razzismo, citato dal sito ‘Cronache di ordinario razzismo’.

Lo studio rivela come forme sottili di razzismo compaiono in modo persistente nel sistema giudiziario penale sin dal momento in cui una vittima denuncia un crimine a sfondo razzista alla polizia, fino alle indagini e ai procedimenti giudiziari. Questo comporta che un numero significativo di casi di crimini d’odio finisca per essere archiviato e non essere giudicato in quanto tale.
I dati relativi al periodo 2014-2018 suggeriscono che i crimini motivati dall’odio razzista sono in aumento in molti Stati europei. Inoltre, eventi importanti come gli atti terroristici – la retorica politica e le risposte a questi attacchi – possono causare picchi nel numero di crimini razzisti registrati. La cattiva gestione dei crimini d’odio da parte delle autorità, e in particolare dalla polizia – afferma il rapporto – inizia con la registrazione di crimini razzisti. Le prove suggerirebbero che la polizia non prende sul serio le notizie di crimini razzisti o non crede alle vittime di tali crimini. Questa pratica sembra essere particolarmente vera se alcuni gruppi, come i rom e i neri, denunciano questi crimini. Gli stereotipi razzisti sono anche conseguenze sulla loro fedina penale.

Il report cita poi la organizzazioni e rappresentanti di comunità religiose e minoranze etniche. È positivo che anche l’Italia abbia, così come circa la metà degli Stati Ue, delle linee guida per raccogliere dati e indagare sui crimini d’odio a sfondo razzista, ma, sostiene il report, alle forze dell’ordine non sono fornite ‘risorse sufficienti’ (dalla formazione al personale) per gestire questo tipo di reati. La brutta notizia è che dal 2014 al 2017, l’Italia sarebbe passata da 413 a 823 casi di violenze legate alla nazionalità e al colore della pelle. Nel documento, si evidenzia come anche in Italia molti immigrati decidano di non denunciare le violenze subite per paura che questo possa avere delle conseguenze negative sul loro lavoro e sulle loro famiglie.

Il report cita invece l’Italia per la buona pratica di aver introdotto nel 2014 un fondo volto a sostenere legalmente le vittime di discriminazione; un razzismo che colpisce individui, ma anche organizzazioni e rappresentanti di comunità religiose e minoranze etniche.